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della directory Risposte.

§
Quando la tua mente avrà superato la confusione della dualità, raggiungerai
la condizione di santa indifferenza alle cose che odi e che hai udito. Quando
non sarai più spinto dalla confusione delle idee e la tua mente sarà completamente
unita in profonda concentrazione, tu raggiungerai la condizione dello yoga
perfetto.
Bhagavad Gita 2:52-53
§
Irretito dall'ignoranza, sopravvivo creandomi un destino coi miei atti
impulsivi. Identificandomi, entro in situazioni in cui la personalità si
dispiega e il mondo impatta sul mio animo sensibile. La personalità crea
l'identificazione, proprio come l'attenzione, l'occhio e una forma colorata
producono la visione. L'impatto è la confluenza dell'identificazione e del
mondo. Conduce a esperienze che bramo di fare e/o di evitare. La sete di
sensazioni m'inclina alla sensualità, alle opinioni, alle regole e ai ruoli.
Attaccamento è insistere ad essere «qualcuno»; non-attaccamento è esser
liberi d'essere nessuno. Essere «qualcuno» vuol dire esser compresi nel
ruolo, impulsivi, in balìa del pensiero, identificati col corpo, che è nato,
invecchia, muore, soffre tormenti, dolore, dispiaceri, depressione, ansia.
L'angoscia emerge quando «qualcuno» nasce. Gli atti impulsivi sono all'origine
della vita. Gli sciocchi sono impulsivi, ma i saggi vedono come stanno le
cose. Quando la confusione cessa, con la giusta visione, anche gli atti
impulsivi cessano. Arrestando ciò che non accadrà, l'angoscia finisce.
Stephen Batchelor,
libera trad. del cap. 26 della Madhyamaka Kârikâ di Nâgârjuna
Le domande non sono mai banali. Quando sorgono dall'intimo
e si confrontano con il proprio vissuto rappresentano la strenua voce della
conoscenza che arranca verso l'orizzonte mobile dei desideri insoddisfatti.
Questo messaggio l'ho ricevuto il 07-02-08. Nonostante abbia risposto
quasi subito, ho tergiversato un po' prima di pubblicarlo. Il nome del mittente
è solo indicativo: Marisa. Il soggetto dell'argomento: gli attaccamenti.
Salve, sono capitata sul sito per caso ..., ho letto e mi sembra tutto
interessante. Coincide a grandi linee con la mia personale ricerca interiore
ormai cominciata da qualche anno. Mi areno però in una semplicissima, banalissima
e umanissima difficoltà: l'attaccamento alle persone.
Come si può non vedere più nel qui ed ora una persona a cui siamo molto
legati? Come si può non sapere più nulla di questa persona, nel bene, come
nel male?
Sono d'accordo che l'amore non è possesso, non è attaccamento, e che va
coltivato ed allenato, tant'è che mi sto allenando ogni giorno per questo,
ma è innaturale distaccarsi così da qualcuno che amiamo. Come può una persona
molto spirituale insegnarci, indicarci il cammino, volerci bene ma poi staccarsi
da noi come se non fossimo mai esistiti?
So che le sto facendo una domanda banale e forse fuori luogo, ma... mi piacerebbe
sentire un suo parere.
Complimenti per il sito, è molto ricco di spunti e riflessioni.
Marisa.
Gent.ma Marisa, perché non dovresti vedere o saper più circa una persona
verso cui nutri affetto? Tra l'altro, il vero amore non può essere coltivato,
ma dovremmo tentare di scoprirne la fonte, che può coincidere, dipende dai
punti di vista, con la nostra interiorità, come con Dio. In pratica occorrerebbe
rendersi conto di quanto l'altro sia davvero artefice delle nostre emozioni,
ovverosia il riflesso delle stesse. Qui e ora, mentre il profumo dell'amorevolezza
ti sommerge e gratifica, la compassione s'afferma ad ogni livello, nell'adesso
come nei ricordi, perché non v'è più nulla che la trattenga e soggioghi
al passato, né la sospinga verosimilmente verso il futuro. Nella presenza
di spirito ti riconduci gradualmente e spontaneamente verso l'equilibrio
riuscendo ad attribuire ad ogni circostanza le valenze intrinseche.
Basta osservare sinceramente, prodigarsi verso chi ne abbia davvero bisogno,
ma senza atteggiarsi a soccorritore, nella consapevolezza che ciascuno offre
spiritualmente la comprensione che ha già conquistato. Gli attaccamenti
si evolveranno da sé senza che tu debba rinunciare alla gioia di provar
tenerezza, simpatia, propensione, feeling o amicizia. L'unica accortezza
è la cautela di privilegiare il buonsenso della moderazione, ciò che ad
esempio, i buddhisti chiamano Via di Mezzo. La ricerca dell'equilibrio è
già, di per sé, un'ottima tecnica di meditazione. Giacché la mente che vive
soprattutto negli estremismi si ricondurrà, da sé, alla calma e al silenzio.
Le onde dei pensieri si placheranno spontaneamente e la superficie dello
specchio interiore ti permetterà d'intravedere in profondità.
Fin qui la risposta iniziale. Quanto segue l'ho aggiunto in un secondo
momento per integrare l'articolo.
Mi sembra improprio definire come distacco la sensazione di relativa separazione
o indifferenza che sperimentano i meditatori più adusi. Ciò che accade in
pratica è semplice: non ci si sente più così coinvolti fino al punto da
dimenticare se stessi. Non ci si sente più così identificati da sprofondare
nell'inconsapevole cecità dell'eccitazione senza rimedio. Purtroppo il mio
apice non è una vetta di coscienza tanto elevata... Interloquisco dalla
tua stessa valle, soffro per i legami eccessivi e ne risento quando mi ritengo
tradito. Ma è un attimo! Sicché evito di mostrare apertamente il sorriso
di noncuranza con cui procedo verso la meta. O è la metà? Mezzo ignorante,
come un bicchiere semivuoto, o un po' più saggio, in guisa di un lieto calice
quasi pieno?
Il distacco cui molti anelano per rifuggire dalle spire dello stress che
appiattisce e comprime spiritualmente non è una scelta. Coloro che ritenendo
di poter manipolare così agevolmente i propri stati di coscienza si mortificano
o s'impongono modelli ideali cui conformarsi pedissequamente, incorrono
spesso in singolari abbagli. Siedono purtroppo sulla bocca di un vulcano
quanto mai pronto a rigurgitare sotto forma di malesseri esistenziali d'ogni
sorta la repressione cui si si furono inopinatamente o ingenuamente assoggettati.
Ovviamente non sto esortando al libertinaggio morale. Sottolineo invece
l'importanza della consapevolezza. La coscienza spirituale parte sempre
da constatazioni apparentemente elementari come, ad esempio, l'osservazione
del proprio respiro, per espandersi, successivamente, sino ad abbracciare
la vita intera.
Personalmente considero l'osservazione del flusso naturale del respiro
come rifugio quando mi sento troppo coinvolto. Beh, più che un rifugio,
un tempio di quiete, di calma. L'incommensurabile eremo di pace, dove la
mente si distende e ogni elemento si ricolloca esattamente laddove dovrebbe
essere. L'unico cielo solerte e disponibile per chiunque voglia ristabilire
un'equa distanza tra se stesso e la miriade di microscopici eventi che turbinano,
loro si, impassibili, sullo sfondo della propria inalterabile coscienza.
...
09-05-09 - nick.salius
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