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Questi articoli sulla meditazione saranno soggetti ad ulteriori revisioni.
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La pratica della meditazione libera da tutta l'afflizione. Questa è la
via dello yoga. Seguila con determinazione e entusiasmo continui. Rinunciando
di tutto cuore a tutti i desideri ed aspettative egoistiche, impiega la
volontà per controllare i sensi. A poco a poco, con pazienza e ripetuto
sforzo, la mente si placa nella sua vera natura.
(Bhagavad Gita 6:23-25)
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Non sforzarti. Non forzare nulla e non fare grandi, esagerati sforzi.
La meditazione non è aggressiva. Non c'è posto né bisogno di fare sforzi
violenti. Lascia solo che il tuo sforzo sia disteso e costante.
(Bhante Henepola Gunaratana)
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"L'essenza della meditazione consiste nel restare attenti in quello
stato naturale chiamato Rigpa, che è libero da costruzioni mentali, e nel
restare contemporaneamente rilassati: liberi dalla distrazione e liberi
dalla fissazione al tempo stesso. Per questo si dice che l'essenza della
meditazione non è lo sforzo ma la familiarità, la progressiva integrazione
dello stato naturale".
(Kyabje Dudjom Rinpoche)
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Dovremmo ricordarci sempre che la meditazione e' coltivazione della pratica
del non attaccamento. Il Buddha insegno' solo la via di mezzo, e la consapevolezza
non e' altro che la via di mezzo. Da un lato non e' una pratica estenuante,
dall'altro non si puo' fare senza sforzo. Va fatta con equilibrio. Se fatta
nel modo giusto, non e' un distaccato respingere ne' un aggrapparsi egoistico.
Quando vi sedete, state molto attenti a questi pensieri: "Io sono seduto,
io sto osservando, io sto respirando, io sto meditando, io sono questo,
questo e' mio".
(Buddhadasa Bhikkhu, Consapevolezza col respiro)
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C'è differenza tra osservare la mente e controllarla. Osservando la mente
con gentilezza le si consente di quietarsi e di riposare. Cercando di controllare
la mente, o cercando di controllare il modo in cui si dispiega la pratica
spirituale non fa che aumentare l'agitazione e la sofferenza.
(Bhante Henepola Gunaratana, Otto passi consapevoli verso la felicità)
Meditazione, un processo, un percorso, una sfida? Un tentativo
per raggiungere il momento in cui ciascuno possa vivere con naturalezza.
La società interviene inevitabilmente con l'educazione – non c'è alternativa
– imponendo la rinuncia alla spontaneità, ma una volta raggiunti i suoi
scopi non si cura affatto di rendere la vita individuale nuovamente ricca
e creativa. Quindi sono stati trovati degli artifici per consentire, a chi
ne avesse bisogno, di recuperare fiducia fino a sentirsi nuovamente uniti
con l'esistenza. Non più monadi isolate, ma esseri che condividono la medesima
origine.
Quale entità crea ed esalta il valore delle sfide? Ma è l'ego! Ciò non
significa che senza ego la vita sia una passeggiata. Tutt'altro! Le complicazioni
sono una caratteristica della mente che ambisce, che tenta di crearsi un
alibi per procrastinare un proprio modello ideale e creare e ricreare il
circolo vizioso delle identificazioni.
Persino la meditazione diviene una sorta di sfida. Ci si crea l'illusione
di dover superare chissà quali insormontabili ostacoli. Più sono ardui,
maggiore è l'impegno richiesto, più grandi sono le speranze di un'improbabile
trasformazione interiore. Vorrei fosse chiara una cosa. Non v'è nulla da
cambiare, trasformare, e nemmeno da migliorare. Ciò che dovrebbe mutare
è la prospettiva d'osservazione di tutto quanto ci circonda in modo da riuscire
a percepire il silenzio che emana con dolce e soave musicalità sia dalla
propria interiorità che dall'interpretazione che noi diamo alla realtà.
In pratica non esiste nessuna trasformazione interiore, ma bisogna consentire,
permettere, lasciar emergere dal silenzio dell'inconoscibile che sopravviene
nel momento in cui la mente si calma, la natura intrinseca – spirituale
– d'ogni fenomeno.

D'altro canto, l'assenza di sforzo, la disponibilità relativa, non sono
comportamenti cui attenersi, ma prerogative da conquistare con qualche sacrificio,
con la propria applicazione, attenzione, comprensione, ecc.
Un esempio un po' più concreto. Anche un corpo solido che viaggia nel vuoto
necessita di una spinta un'accelerazione iniziale. Solo successivamente
proseguirà per inerzia, ma dapprincipio l'applicazione di una certa forza,
di una spinta, di una programmazione o motivazione sono essenziali.
Come non avere occupazioni non significa astenersi da qualunque attività,
ma trovare il modo di rilassarsi, sia fisicamente che mentalmente. Ciò potrebbe
avvenire in modo spontaneo, ma in genere accade soprattutto come conseguenza
a un determinato impegno. Fare per non fare. Ma in che modo pervenire al
non-fare meditativo, cioè alla meditazione come non-fare? E' quasi sempre
indispensabile che i principianti sperimentino e si coinvolgano attivamente.
Quindi seguirà, in modo relativamente spontaneo, un certo periodo di vigile
quiescenza – riposo, calma, inattività, immobilità, inerzia, quiete, attesa,
tranquillità, arrendevolezza, accettazione, passività – e gradevole rilassamento.
Meditatori intraprendenti e provetti, adusi alla concentrazione, nonché
all'applicazione dell'attenzione, non vi scoraggiate leggendo quanto sopra,
si tratta di un metodo ottimo. Infatti per sforzo s'intende l'impegno a
superare l'impasse iniziale che, talvolta, v'impedisce di principiare a
meditare. Ma una volta superata la vostra stessa ritrosia – il Grande Sigillo
(Maha-mudrâ) di Tilopâ – la spontaneità, in quanto assenza di sforzo, può
rivelarsi fondamentale. Dipende dalle vostre inclinazioni naturali ...
Riassumendo, pace interiore, sforzo, sfide e desideri non sono poli opposti.
Per raggiungere la tranquillità c'è bisogno di rilassarsi, di "mollare
la presa". Ma questo genere di "resa" interiore non può avvenire
che dopo uno sforzo e il suo coronamento – tuttavia attenzione, perché la
soddisfazione del relativo desiderio è un evento temporaneo che reitera
il gioco all'infinito – oppure dall'aver compreso in pratica, cioè non solo
intellettualmente, bensì soprattutto esistenzialmente, che non c'è nessun
soggetto che deve o può arrendersi.
Lo sforzo per meditare? E' solo iniziale. E per scrivere, rispondere,
interloquire, interagire? Dovremo pur concentrarci. A meno che, naturalmente,
non si diventi così sensibili da sfiorare quasi uno stato mistico e vedere
se stessi scrivere, le parole e le azioni che fluiscono da sé senza il proprio
intervento, come dirette o scaturite da un'energia e vivacità sovrastanti.
Ma, chiarisco, queste sono circostanze estreme. La realtà è ben più semplice
e modesta. Cos'è che cerchiamo, il successo, l'autorevolezza, la modestia,
un insieme di tutto ciò? Oppure non cerchiamo nulla?
Le sfumature dell'esperienza soggettiva sono così tante che senza zelo è
difficile ottenere alcunché. La quiescenza meditativa, il non-fare, sono
una conseguenza dei propri sforzi. Quindi ci si ritrova, per qualche tempo,
nella condizione di agire in modo più fluido. Nessun affanno. E' come il
giorno e la notte, sforzo e assenza di sforzo, sogno e consapevolezza si
succedono ciclicamente.
Non penso che nella meditazione si possano applicare gli stessi criteri
o metri di giudizio, quali la crescita, così come avviene nel resto della
vita pratica. O, per lo meno, la crescita è così sotterranea, che è difficile
valutarla. L'esempio classico è il germogliare di un seme. Se lo dissotterriamo
per verificarne lo sviluppo, il seme può persino rinsecchirsi. Poi, quando
sembra che oramai non ci sia più nulla da fare, ecco spuntare la nuova piantina
in tutto il suo vigore. Questo è uno dei sensi, cioè dei significati o implicazioni,
della fede. L'ancestrale fiducia del contadino che tutto andrà per il meglio.
nick.salius
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