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Questi articoli sulla meditazione saranno soggetti ad ulteriori revisioni.
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Spesso si crede che meditare significhi imporre uno stato di vuoto alla
mente, uno stato senza pensiero né movimento mentale: quest'idea è sbagliata,
perché se la meditazione fosse uno stato senza pensiero, questo stesso tavolo
starebbe meditando! La meditazione non ha niente a che fare con il fatto
di creare un vuoto volontario nella mente: meditare non vuol dire bloccare
il movimento dei pensieri, ma restare in uno stato in cui questi pensieri
non fanno presa. Se non ci fossero pensieri o movimento concettuale nella
mente, chi mediterebbe?
Guendune Rinpoché
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Esercitati nella meditazione, o monaco, e non essere disattento. Non
lasciare che il tuo pensiero vaghi verso il piacere.
Dhammapada, 371
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La meditazione non è una pillola magica. È il cuore essenziale della
pratica, ma non può essere presa da sola come un modo per alleviare la sofferenza.
È anche importante come si vive il resto della vita.
Ajarn Jayasaro
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La meditazione è superiore all'ascetismo severo e alla via della conoscenza.
È superiore anche al servizio disinteressato.
Bhagavad Gita 6:46
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Al cuore della meditazione buddista ci sono la concentrazione e l'introspezione.
Se coltivate queste due qualità in meditazione, allora sviluppate la capacità
di star calmi, d'esser chiari e di offrire comprensione ed amore.
Martine Batchelor, "Meditazione per la vita"
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Non coloro che mancano di energia o che si astengono dall'agire, bensì
coloro che si danno da fare senza aspettativa di remunerazione, raggiungono
l'obiettivo della meditazione. La loro è vera rinuncia.
(Bhagavad Gita 6:1)
Invero la conoscenza è meglio della pratica meccanica (del rito religioso);
meglio della conoscenza è la meditazione; ma meglio ancora è l'abbandono
dell'attaccamento ai risultati (delle proprie azioni), perché a questo fa
seguito la pace immediata.
(Bhagavad Gîtâ XII, 12)
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La pratica della meditazione non è concepita per dare piacere, ma per
comprendere la verità del dolore; e per comprendere la verità del dolore
bisogna capire anche la verità della consapevolezza. Quando c'è la vera
consapevolezza, la sofferenza non esiste. Attraverso la consapevolezza,
piuttosto, la sofferenza cambia prospettiva. Ciò non significa necessariamente
che non provate dolore, ma che la convinzione ossessionante di essere fondamentalmente
in difficoltà è rimossa. È come la rimozione di una scheggia. Può far male
e potreste ancora sentire dolore, ma la causa di base di quel dolore, l'ego,
è stato rimosso.
(Chogyam Trungpa)
Se accendi la tua luce interiore, scoprirai che cosa c'è
di esoterico in te. (Sutra
di Hui-Neng)
Qual'è il rapporto tra esoterismo – nell'interpretazione corrente più
deleteria o banalizzata – e meditazione? Questo nesso non esiste nemmeno.
La meditazione non ha nulla, nel modo più assoluto e categorico, nulla a
che fare con l'esoterismo dozzinale. Il vero scopo della meditazione è quello
di restituire ordine e dignità alla propria vita. Non sono ammesse congetture
fuorvianti quali ipotesi misteriche come, ahimè, avviene in tante religioni
tradizionali.
In realtà il termine esoterismo ha assunto un valore dispregiativo a causa
di due fattori. Da un lato, gli abusi di gente corrotta che ha cercato di
lucrare sul bisogno di sicurezza, sulla debolezza intellettuale, ovvero
sulla credulità superstiziosa e lo smarrimento culturale di tanti poveri
sventurati. Dall'altro, la propaganda estremista di coloro che sentivano
minacciato il proprio primato pseudospirituale, ma che, in effetti, ironia
della sorte, proprio a causa del loro continuo richiamo a istanze misteriosofiche,
potrebbero essere equiparati a veri e propri occultisti.
La consapevolezza che si può raggiungere con la meditazione
è come un cielo limpido. Una purezza incontaminata priva di congetture,
esente dalle proiezioni immaginifiche di finte certezze create per rimediare
a vere paure. Una consapevolezza che dissipa le ombre dell'assenza, le tenebre
della distrazione, e dona amore, riconciliazione, forza, positività.
Prima di concludere questo breve paragrafo, mi sembra quasi scontato ribadire
come l'autentica dimensione esoterica della vita sia proprio quella interiore.
Allorquando tutti i simboli, retaggi
esperienziali, archetipici, o culturali di coscienza o conoscenza svaniscono,
ecco la verità. Se il modo di rappresentarsela o quello di giungervi appartengono
ai singoli percorsi, l'incontrovertibile
natura buddhica è la quintessenza
d'ogni ricerca. Rammentiamo, quindi, di non confondere mai la via con la
meta.

Non inventare mai nulla. La tradizione è relativamente più sicura. Questi
sono solo giochi per ingannare il tempo. Non v'è nulla da raggiungere, nulla
da ottenere, e la meditazione la sconsiglio vivamente! Meglio una passeggiata
nella natura, che siamo noi ... quando sei stanco siedi e osserva. Può dirsi
meditazione? C'è il rischio di farsi confondere dalle parole. Parafrasando
J. Krishnamurti, la parola non
è la cosa. Tuttavia la nuda attenzione può essere senz'altro d'aiuto.
Bisogna tenere in gran considerazione le tradizioni perché gli insegnamenti
ed i metodi che trasmettono sono stati già sperimentati, con un qualche
successo, da moltitudini di provetti ed esperti meditatori. Sono sistemi
più affidabili, sicuri.
E' preferibile evitare di accostare esercizi relativamente diversi e quindi
di sperimentare sulla propria pelle.
L'aspetto etico della pratica meditativa è fondamentale. Il primo vero,
insostituibile e inestimabile vantaggio che offre la meditazione è la chiarezza.
Sta a noi coglierlo e valorizzarlo. La meditazione non può essere disgiunta
dalla vita concreta. Se comprendi e realizzi che non devi attenderti la
repentina risoluzione d'ogni tuo problema, forse, proprio allora, la meditazione
potrebbe cominciare a dimostrarsi davvero d'aiuto. E' possibile un altro
mondo affidato ad una forza generatrice più forte d'ogni violenza e sopraffazione?
Si, questa forza è la meditazione. La meditazione è mettere da parte temporaneamente
tutte le etichette, i simboli, evitare di approssimarsi alla vita mediante
una sua rappresentazione. Meditare è rapportarsi all'esistenza direttamente,
senza mediazione di sorta.
La meditazione non è qualcosa di fine a se stesso. Se lo fosse diventerebbe
un peso. Chiunque si dedichi completamente alla spiritualità diventa, per
forza di cose, antagonista alla società, un soggetto sterile. Bisogna rendere
la vita un oggetto di meditazione. Anche i monaci dovrebbero vivere del
proprio lavoro, ma non un impiego remunerato dallo Stato. Non è possibile
rinunciare alla società, quindi dipenderne per il proprio sostentamento
ed esserne al contempo liberi. Chi segue questa via diventa, suo malgrado,
un simulatore.
Non trovo ancora la novità, ciò che potrebbe offrire davvero una svolta
di comprensione. Naturalmente non sto parlano di una qualche effimera o
ridicola nuova rivelazione, e neppure di un'ulteriore sistematizzazione
divulgativa. La mia difficoltà? Non riesco a capir bene quelli che eventualmente
vivono e lucrano, laici o clerici fa lo stesso, sulla spiritualità. In altre
parole, diffido quasi sempre dei cosiddetti professionisti della fede. La
spiritualità non è faccenda o situazione seriosa, ovvero contesto greve,
frangente austero, occasione compunta o compassata. La spiritualità è un
gioco, il gioco della ridondanza, della sovrabbondanza d'amore, di energia.
Il problema etico della meditazione non è accettare o meno l'esistenza del
dualismo bene-male, ma rendersi conto che il male è prevalentemente d'origine
mentale e, nonostante sia frutto di una condizione artificiosa, il primo
passo per un suo superamento non può prescindere, comunque, dal rifiutarlo.
Esiste un presupposto "spirituale" al di là del bene e del male?
Si, è la consapevolezza.
Bene, ho riletto con attenzione ed il ragionamento sin qui svolto non
fa, apparentemente, una piega; è parziale, ma plausibile. Il problema è
che si tratta pur sempre d'un ragionamento. Ho cercato la quadratura del
cerchio tra meditazione, esoterismo, etica e tradizione. Ho tentato di dipanare
il bandolo della matassa. Ma il bandolo è nella matassa o, parafrasando
un ipotetico maestro zen, non esiste né bandolo, né matassa.
Vorrei sottolineare che gli Yogi più autorevoli, indipendentemente dalla
tradizione d'appartenenza, insegnano sovente che non v'è nessuna possibilità
di crescita – preferirei dire comprensione o consapevolezza – spirituale
senza che prima si sviluppi o approfondisca la conoscenza delle parti dell'essere
che si possono sperimentare. Partire dal punto ove ci si ritrova già, il
corpo o talvolta la mente, e procedere verso il proprio cuore (da non identificare
necessariamente con il sentimento). Talvolta mi piace dire che il vuoto
psicologico è mancanza d'amore (cristallino, cioè sincero, spontaneo ...).
Non pretendo che la mia disamina sia stata minimamente soddisfacente. Spero,
almeno, di essere riuscito ad offrire qualche ulteriore spunto di riflessione.
Prima di concludere, una precisazione che di tanto in tanto preferisco riproporre.
Sceverare i diversi aspetti della meditazione non significa affatto insegnarla.
Un insegnante si limita a spiegare una o più tecniche che egli stesso ha
praticato con successo e di cui ne conosce risvolti e piccoli segreti. In
questi articoli stiamo solo investigando.
In genere ci sentiamo rapiti e proviamo stupore dinanzi un bel paesaggio,
uno splendido tramonto, un'alba vieppiù promettente. Invece la meraviglia
può scaturire da qualunque contesto e provenire dall'essenza più intima
delle cose, ovvero rifletterne l'effettiva, insondabile e inesplicabile
natura. Purché, naturalmente, se ne prenda atto, si accettino le cose per
ciò che sono, senza identificarsi eccessivamente, senza pretendere di cambiarle
ad ogni costo, ma adoperandosi, comunque, per migliorarle sempre ...
nick.salius
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