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Questi articoli sulla meditazione saranno soggetti ad ulteriori revisioni.
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Non c'e' concentrazione in colui che manca di saggezza e non c'e' saggezza
in colui che manca di concentrazione. Colui nel quale vi sono concentrazione
e saggezza e' veramente in presenza del nibbana.
(Dhammapada, 372 - © copyleft
perle.risveglio.net)
Nota: Concentrazione. In pali "jhana", in sanscrito "dhyana".
Quando il buddismo fu esportato in Cina, venne pronunciata "ch'an",
infine in Giappone venne detta "zen". Dhyana significa, propriamente,
assorbimento o "trance" meditativa, cioe' lo stato in cui nella
mente non c'e' piu' soggetto ne' oggetto. Il termine pali "jhana"
(sanscrito "dhyana") indica uno stato concentratissimo, coscientissimo
e lucidissimo della mente. E' quella parolina che, passando per la Cina,
dove diventò "ch'an" e per la Corea, dove diventò "jen",
giunse infine in Giappone divenendo "zen".
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E che cos'è, o monaci, la retta concentrazione? Qui, un monaco, distaccato
dai desideri dei sensi, distaccato dagli stati mentali malsani, entra e
rimane nel primo jhana [assorbimento meditativo], in cui vi sono pensiero
e riflessione, originato dal distacco, pieno di diletto e gioia. Con il
venir meno del pensiero e della riflessione, incrementando la tranquillità
l'unità interiore del cuore, entra e rimane nel secondo jhana, che è senza
pensiero e riflessione, originato dalla concentrazione, pieno di diletto
e di gioia. E con lo svanire del diletto, rimanendo imperturbabile, cosciente
e vividamente vigile, avverte in sè la gioia di cui i Nobili dicono: «Felice
è colui che sta con l'equanimità e la consapevolezza» ed entra nel terzo
jhana. E, avendo lasciato andare piacere e dolore e con la scomparsa delle
precedenti contentezza e tristezza, entra e rimane nel quarto jhana, che
sta oltre il piacere e il dolore ed è caratterizzato da pure equanimità
e consapevolezza. Questa è detta Retta Concentrazione. E questa, o monaci,
è detto il modo di praticare che conduce alla cessazione della sofferenza.
(Mahasatipatthana Sutta)
Non so se avete mai notato che quando prestate un’attenzione
totale c'è un completo silenzio. E in quell’attenzione non ci sono confini,
non c'è un centro, un "io" consapevole o attento. Quell'attenzione,
quel silenzio, sono uno stato di meditazione. (Jiddu Krishnamurti)
Avvicinarsi alla meditazione corrisponde a riavvicinarsi a a se stessi.
E' un raccoglimento molto utile per ritemprarsi, ma che di per sé non può
risolvere subito le proprie eventuali negatività.
L'utilità della meditazione? Se il ritmo della vita fosse più naturale e
disteso non ne parleremmo affatto. Quindi si può dire che l'utilità della
meditazione consiste nell'aiutarci, ovvero nel predisporci a diventare più
ricettivi, aperti, evitando quelle contrapposizioni che creano, di fatto,
l'avverso, l'ostile. La vita, la natura ci è amica, ovviamente in senso
spirituale.
La meditazione non fa, non apporta nulla che già non ci sia. Non è che ti
apre altri canali percettivi, assolutamente no. Semplicemente ti aiuta a
rilassarti senza contrapporti, apriori, ad alcunché. Le negatività, la sensazione
spirituale d'ostilità, sono causate dal proprio irrigidimento. Ma quando
ti rilassi, foss'anche per pochi minuti al giorno, alcune cose dovrebbero
cominciare a cambiare.
Io considero la meditazione come una forma di preghiera, o viceversa. A
volte prego, a volte medito ... Personalmente pratico la Vipassana. Tuttavia
non consiglio nessuna meditazione in particolare perché la meditazione è
la vita ... e se solo riuscissimo ad essere più amorevoli, compassionevoli
... Lascia perdere riti o sciocchezze simili. Un buon profumo d'incenso,
una musica possono aiutare, ma solo come suggestioni temporanee. Fidati
del tuo spirito critico, rimani razionale!

Qualche altro cenno sulla meditazione? Mi ha reso senz'altro più paziente.
Dopo qualche sforzo riesco a recuperare meglio. Ma ho conosciuto pure persone
che hanno dovuto abbandonarla. Mi sto rendendo conto piano piano che non
esiste una regola precisa cui attenersi. Bisogna valutare caso per caso.
Certi individui devono procedere più lentamente. Altri non sopportano le
nuove energie psicofisiche dovute proprio – è un po' un'ironia – al relax
che riescono a raggiungere nel corso della pratica. Infine vi sono pochi
fortunati, i quali si trovano subito bene e avanzano rapidamente.
Si, si, è molto chiaro. Un conto sono le indicazioni episodiche, cioè avulse
dall'insegnamento sistematico di una qualche maestro; istruzioni di supporto
alla meditazione ed enunciate per evitare eventuali fraintendimenti, ma
che poi, in realtà, mi sembra generino confusione o sconcerto persino nei
più esperti; un altro conto è una metodica progressiva o, come nello zen,
solo preparatoria.
C'è un'osservazione, che se si protrae nel tempo – e che quantunque focalizzata
su di un oggetto primario non ne esclude aprioristicamente l'eventuale cornice
sensoria – può indicarsi anche come concentrazione.
Al che si possono verificare più possibilità che dipendono dal tipo di training
o, scusate l'assurdità, dal non-training cui ci si sottopone. Ma circa queste
ulteriori eventualità servirebbe un altro discorso. Tuttavia rimangono comunque
da considerare alcuni utilissimi esempi come quelli del nuoto o della bicicletta.
Quando una persona impara ad andare in bicicletta, prova e riprova gli stessi
movimenti finché non li esegue senza neppure sforzarsi ... Così è la concentrazione,
dapprincipio è necessaria la volontà, ma con il tempo la concentrazione
diviene meditazione ed accade in maniera spontanea senza, per l'appunto,
sforzarsi di eliminare gli eventuali pensieri intrusi che disturbano la
propria serenità.
Siccome le variabili cui prestare attenzione, che come nel caso della bicicletta
sono oltremodo numerose, diciamo per pignoleria – con un ambiguo ma efficace
artificio linguistico – che più di concentrazione, la quale prevede l'attenzione
su di un singolo punto, sarebbe preferibile parlare di osservazione circoscritta
ad una serie di elementi variabili, e finalizzata ad un unico risultato.
Purtroppo dipende molto dal valore che si attribuisce ai vari termini. Quindi
hanno ragione un po' tutti quei maestri che avvertono di restare sempre
all'erta, perché i significati reali dipendono molto dai valori relativi
che si attribuiscono a quegli stessi termini.
Concludendo, la meditazione non è ciò che sembra, non è una tecnica e
taluni non ne sopportano affatto i risvolti metodici. Infatti in molti dimenticano
che i principi, le linee guida per meditare, sono state formulate al fine
d'interpretare un'esperienza che di per sé non è nemmeno dimostrabile. Meditare
è sinonimo di riflettere su nulla ... che non avvenga nel modo più semplice
e naturale possibile. A proposito, ovviamente se redigo questi appunti lo
faccio solo per aiutarvi a meditare.
12-01-10 (last update: 01-10-11) - nick.salius
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