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(Aggiunto il 16-03-07)
Tratto da:
Storia e storie di un'eresia chiamata Zen (libro)
Autore: Fabrizio Ponzetta
La scuola del Vuoto (sûnyavâda), detta anche scuola della Via di mezzo (mâdhyamika)
fu sicuramente fonte di ispirazione per i buddisti Ch’an. Sviluppatasi intorno
al II secolo d.C. in India, intorno alla figura del misterioso maestro Nâgâryuna,
è una sorta di “buddismo radicale” che spinge alle estreme conseguenze logiche
la negazione dell’Âtman (l’anima) (1). Se infatti nella dottrina originaria
del Buddha non esiste un’anima, ma l’uomo è solo un continuum di elementi
dharmici che si creano, si aggregano e si distruggono, allora questa mancanza
di un punto di riferimento che continua nel tempo e nello spazio va estesa
a qualunque cosa. La logica e il linguaggio sono quindi, da Nâgâryuna, non
considerati dannosi ai fini della Liberazione, ma inutili. Nelle sue opere
(2), Nâgâryuna spinge appositamente la logica fin dove essa non può che
ribellarsi a se stessa. A questo punto, ciò che rimane è sûnya (il vuoto).
Ovviamente, il “vuoto” non è il vuoto che la parola vuoto può significare.
Verrebbe da chiedersi, così come verrebbe da chiederlo ai monaci zen e così
come un filosofo posteriore a Lao Tzu “chiese” per iscritto al vecchio saggio:
“Se il Tao di cui si può parlare non è il vero Tao, perché parlarne?”.
Anche Nâgâryuna, si deduce da alcune sue affermazioni, in cui definisce
“senza speranza” chi considera la scuola del Vuoto un’opinione da combattere,
si trovò di fronte alcuni “avversari dialettici” che lo accusavano di sostenere
sì la posizione del Buddha storico riguardo la distruzione delle opinioni,
ma creando l’ennesima opinione. Nâgâryuna, in realtà, pur spingendo la logica
al massimo estremo possibile per smascherarla nella sua inadeguatezza, fu
il primo a comprendere che
L’insegnamento della legge da parte degli svegliati si svolge in base a
due verità: la verità relativa del mondo e la verità assoluta […].
La realtà assoluta non può essere insegnata senza prima appoggiarsi sull’ordine
pratico delle cose: senza intendere la realtà assoluta, il nirvâna non può
essere raggiunto. (3)
La “verità relativa del mondo” che poggia “sull’ordine pratico delle cose”
(il linguaggio e la logica) hanno dunque un valore sicuramente propedeutico
ma temporaneo. Trattasi, in ultima analisi, ancora una volta del significato
della solita vecchia metafora del Buddha Sakyamuni: una zattera va usata
per attraversare il fiume; giunti all’altra sponda, a che serve? “L’abbandono
della zattera” da parte di Nâgâryuna porta ad implicazioni dottrinarie molto
più che paradossali nell’ambito del buddismo mahâyâna: il dilemma logico
buddista “Esistono o non esistono delle cose?” non ha più alcun senso, così
come non hanno senso i dualismi vita/morte, samsâra/nirvâna, illuminazione/ignoranza.
Qui, ogni dualismo, ogni opinione è davvero insostenibile, persino, o forse
soprattutto, quelle del Buddha stesso, ad esempio: che senso ha dire che
la vita è dolore? Questa prima nobile verità (4) diventa quindi non una
“verità”, ma un artificio per riequilibrare quanti si perdono nella ricerca
del piacere. Tuttavia, anche queste sono opinioni che per Nâgâryuna non
hanno più senso.
Nâgâryuna, dunque, recuperando il buddismo originario, dissacrante e antidottrinario,
ne incarna lo spirito finendo per essere più radicale, o coerente se si
preferisce, del Buddha storico, che comunque attribuiva alla vita un senso,
fosse anche negativo, come quello di definirla piena di dolore. Nâgâryuna
venne quindi considerato un nichilista, ma, ovviamente, la definizione è
alquanto fuorviante…
Note
(1) Si veda in proposito il cap. 4 di
Storia e storie di un'eresia chiamata Zen.
(2) “Madhyamaka Kârikâ”, tr.it. di R. Gnoli, “Le stanze del cammino di mezzo”,
Torino, 1979 e “Vigraha Vyâvartanî” (traducibile in italiano come “La sterminatrice
dei dissensi”).
(3) “Madhyamaka Kârikâ”, tr.it. di R. Gnoli, “Le stanze del cammino di mezzo”,
Torino, 1979. (4) Vedi cap. 4 di
Storia e storie di un'eresia chiamata Zen.
Tratto da:
Storia e storie di un'eresia chiamata Zen (libro)
Autore: Fabrizio Ponzetta
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