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La presentazione di un ottimo libro e la lettura di un estratto
dall’omonimo testo.
Le 5 meditazioni tibetane
di B. Alan Wallace
Prefazione di S.S. il Dalai Lama
Edizioni Amrita,
2007
Calma meditativa, le quattro applicazioni dell’attenzione, i quattro
incommensurabili, lo yoga del sogno, lo Dzogchen: sono queste le forme meditative
essenziali per conseguire la felicità autentica. La nostra civiltà, sovraccarica
di stimoli, ci induce a cercare la felicità all’esterno, in vani tentativi
di piegare la natura al nostro volere, di acquisire ricchezze e fama, o
di conquistare qualcosa o qualcuno, con l’unico risultato di diventare dipendenti
da questo qualcosa o qualcuno. Malgrado tutto sia in continuo mutamento,
infatti, ci ostiniamo a fondare la nostra felicità su qualcosa o qualcuno
di inaffidabile… il che sfocia regolarmente nella frustrazione.
Il cuore dell’insegnamento buddhista, qui proposto in chiave tibetana, consiste
invece nel trovare una felicità autentica, duratura, fondata sull’accesso
progressivo alle nostre abbondanti risorse interiori, e a uno stato interiore
immutabile, gioioso, lucido, compassionevole, equanime, amorevole…
Basandosi su più di trent’anni di studio sotto la direzione del Dalai Lama
e su una tradizione antica di 2500 anni, l’Autore ci indica la via per attingere
a queste nostre risorse, essenzializzandola in cinque meditazioni assolutamente
universali, presentate in modo che chiunque possa fruirne direttamente,
indipendentemente dalle sue convinzioni religiose o filosofiche.
Se riuscirete a incorporare queste cinque meditazioni nella vita quotidiana,
scoprirete che la felicità che avete sempre cercato era a pochi minuti di
meditazione da voi.
B. Alan Wallace, con una laurea in Fisica, una in Filosofia della scienza,
una in Storia delle religioni, pratica il buddhismo dal 1970, ed è uno dei
più famosi insegnanti occidentali di filosofia buddhista e di meditazione.
Il suo addestramento monastico nel buddhismo è durato quattordici anni,
culminando con l’ordinazione ad opera del Dalai Lama, sotto la cui direzione
studia da più di trent’anni. E’ il fondatore del Santa Barbara Institute
for Consciousness Studies.
Prefazione di S.S.il Dalai Lama
Ringraziamenti
Introduzione
Parte prima - Affinare l’attenzione
Cap.I - Fare attenzione al respiro
Cap. II - Acquietare la mente nel suo stato naturale
Cap. III - La consapevolezza d’essere consapevoli
Parte seconda - La visione penetrante attraverso lo sviluppo dell’attenzione
Cap.IV - Prestare attenzione al corpo
Cap. V - Essere mentalmente presenti alle sensazioni
Cap. VI - Essere mentalmente presenti alla mente
Cap. VII - Essere mentalmente presenti ai fenomeni
Parte terza - Coltivare il buon cuore
Cap.VIII - L’amorevolezza
Cap.IX - La compassione
Cap.X - La gioia empatica e l’equanimità
Parte quarta - Esplorare la natura della coscienza
Cap.XI- La bodhicitta‚ lo spirito del Risveglio
Cap.XII - Lo yoga del sogno diurno
Cap.XIII - Lo yoga del sogno notturno
Cap.XIV - La Grande Perfezione
Appendice L’Istituto per gli studi sulla coscienza di Santa Barbara
Fra la vasta gamma di pratiche meditative con le quali sono entrato in contatto, non ne ho trovata nessuna che sia più benefica di queste cinque meditazioni buddhiste:
Per quanto mi riguarda, questi sono i grandi successi della tradizione
meditativa buddhista, perché presentano un sentiero diretto che conduce
alla realizzazione della nostra natura più profonda e delle potenzialità
della coscienza. Queste meditazioni sono le pratiche buddhiste essenziali
per affinare l’attenzione, coltivare la presenza mentale, aprire il cuore,
investigare la natura dello stato di veglia e la sua correlazione con il
sogno, e avere infine la prova della natura stessa della consapevolezza.
Ciascuna di esse vi conduce un passo avanti lungo il sentiero per l’Illuminazione,
e tuttavia non è necessario aderire a nessun credo specifico per addestrarvisi;
si può inoltre riscontrare in fretta, e da soli, come esse siano capaci
di alleviare le afflizioni mentali, infondendoci un senso di maggiore benessere
e appagamento.
Non ho né annacquato queste meditazioni per renderle adatte a un più largo
consumo, né vi ho mescolato gli additivi culturali provenienti dalle civiltà
asiatiche tradizionali che per molto tempo le hanno preservate: sono culture
che ammiro, ma sono nato e cresciuto in occidente, ed è importante riconoscere
che queste pratiche sono altrettanto potenti per noi uomini del mondo moderno
quanto lo sono state per gli asiatici, secoli fa. Sebbene abbiano avuto
origine in India e in Tibet, esse sono infatti universali nel momento in
cui vengono applicate; trattano di temi fondamentali per l’esistenza umana
in ogni parte del mondo, in ogni istante della storia umana, e non sono
mai state più rilevanti di oggi.
[…]
Lo scopo della meditazione non è di rimanere seduti in pace e basta;
è rimanere seduti in pace e poi alzarsi, e muoversi in pace, rimanendo per
certi versi “in silenzio” anche quando state parlando. Fu nel mondo,
nel gioco dell’attività spontanea, che giunse all’apice la vita del Buddha,
quando incominciò ad insegnare. Essa non culminò nella quiete dello star
seduto sotto l’albero della bodhi, ma nel mettersi al servizio di tutti
gli esseri, servizio che defluì dall’esperienza del Risveglio. Quando vi
impegnate in una pratica del genere, può accadere che le paratie della vostra
creatività si aprano spontaneamente: in uno stato di serena consapevolezza,
con l’ego in letargo, verificate che cosa sorge da quella quiete, in modo
spontaneo e senza sforzo; la quiete non viene perduta neppure quando la
mente diventa attiva. Forse scoprirete che non è necessario abbandonare
quella quiete nemmeno quando state parlando, o quando il corpo è in movimento.
Provate un ardente desiderio di essere felici?
Probabilmente state cercando qualcosa, allora, che va al di là del semplice
desiderio di sopravvivenza, di diventare famosi e di conseguire la prosperità
materiale; altrimenti, non stareste facendo questa pratica. Qual è dunque
la fonte di questo vostro profondo desiderio, e come lo si potrebbe soddisfare?
Che cos’è che volete davvero?
La cosa più facile potrebbe essere incominciare con il riconoscere che cosa
non andate cercando, che cos’è che non è sufficiente, che cosa non vi dà
la felicità. Passate in rivista i ricordi, in cerca di esempi e di cose
che ritenevate potessero procacciarvi una soddisfazione genuina, ma che
alla fine vi hanno lasciati a bocca asciutta. Non dovrebbe essere difficile
trovarne. Per millenni i grandi maestri della tradizione buddhista ci hanno
esortati, con il loro esempio e le loro parole, a riconoscere che il nostro
ardente desiderio di felicità autentica non è un desiderio vano.
[…]
Trascendere il desiderio di cose che sono semplicemente i simboli della
felicità autentica ci conduce a una comprensione più profonda. Incominciamo
a vedere che siamo correlati con gli altri esseri umani, con gli altri esseri
senzienti, con l’insieme dell’ambiente. Siamo, e siamo sempre stati,
inestricabilmente correlati con le persone che ci circondano. Nel buddhismo,
si ritiene non fondata sulla realtà la nozione di individuo isolato, indipendente,
la nozione di un ego autonomo: un ego del genere non è mai esistito, e non
è altro che un costrutto mentale dettato dall’abitudine, dunque una semplice
illusione. Se siamo correlati sin nell’intimo, e se torniamo all’interrogativo:
“che cosa stiamo cercando?”, la nostra ricerca non sarà soltanto per noi,
ma per noi in relazione a tutti gli altri. Gli interrogativi diventano allora:
“che cosa sto cercando, che tocca anche te?” e “come possiamo avventurarvici
insieme?”.
[…]
Appena vi è possibile, coltivate una motivazione altruistica per la pratica
dell’attenzione al respiro, e per qualsiasi altra pratica facciate. Aspirate
a far emergere appieno la capacità della vostra natura-di-buddha, manifestatela
completamente, qualsiasi cosa questo significhi. Come risultato, vi scoprirete
capaci di compassione, saggezza, dotati di energia o potere dello spirito
stesso, del potere di guarire e del potere di creare. Com’è possibile svelare
tutto questo potenziale? Semplificando e focalizzando i nostri desideri
proprio come coltiviamo l’attenzione. Alla fine si arriverà a un punto in
cui tutti gli altri desideri saranno come derivati da quest’unico profondo
anelito: “ch’io possa realizzare il perfetto Risveglio spirituale per il
bene di tutti gli altri esseri”; questo è il semplice, unico desiderio della
bodhichitta, lo spirito del Risveglio. Dopo di che, quando permane soltanto
quest’unico desiderio, per un attimo lasciatelo andare, rilasciatelo, e
siate semplicemente presenti. Analogamente, quando focalizzate l’attenzione
e la mente si acquieta, centrandosi di più sul respiro, lasciate andare
questa concentrazione, siate semplicemente presenti, nel puro stato di consapevolezza:
questo vi svelerà la vera natura della consapevolezza stessa.
Verso la coltivazione dei quattro incommensurabili:
amorevolezza, compassione, gioia compartecipe ed equanimità.
Il sentiero buddhista del Risveglio spirituale non è solo una via di rivelazione
della beatitudine, luminosità e purezza innate della nostra consapevolezza:
è anche un sentiero in cui si coltivano le sane virtù del cuore e della
mente, esprimendole nel comportamento quotidiano.
[…]
Nella nostra vita quotidiana, tendiamo a oscillare fra aspettative e paure,
gioie e dolori, i quali sorgono tutti dipendentemente da precedenti cause
e condizioni. Molte di queste circostanze causali, se non tutte, sono al
di là del nostro controllo. La felicità genuina, la cui ricerca è il
senso stesso della vita, non è semplicemente una sensazione piacevole nata
dal contatto con uno stimolo gradevole e oggettivo: emerge piuttosto da
cause e condizioni interiori, che sorgono nel punto mediano e centrale
che si trova tra una vicissitudine e l’altra. Coltivate un cuore aperto,
colmo di incommensurabile amorevolezza e compassione, e vedrete emergere
la felicità in modo naturale, da dentro.
[…]
Nel coltivare uno qualsiasi dei quattro incommensurabili, compresa l’amorevolezza,
la sfida consiste nel farlo in modo equanime, tale per cui l’amorevolezza
fluisca e raggiunga gli altri come fa l’acqua, quando si espande su una
superficie piana. La nostra amorevolezza non è dunque rivolta soltanto alle
persone che ci sono simpatiche, e non evita chi ha un comportamento sgradevole.
È facile provare amorevolezza per gli amici, per i parenti più cari, ma
cosa facciamo quando incontriamo persone che danno prova di un comportamento
assolutamente non amabile? E perché non cominciare da noi stessi? Riusciamo
ad amarci, quando ci vediamo agire in modo non amabile? In quei momenti,
non serve né l’ottimismo irrealistico, né un puro realismo: serve la visione
del Dharma. Riuscite ad amarvi, voi che agite in modo non amabile, voi che
agite da uno stato confuso, da uno stato ferito, e che ciò malgrado aspirate
alla felicità, a liberarvi dalla sofferenza: riuscite ad amarvi? Perché
non accettare questa possibilità come un’ipotesi di lavoro, e stare a vedere
cosa succede? Le nostre vite sono così incredibilmente limitate, quando
partiamo da presupposti diversi... Che il coltivare l’amorevolezza abbia
avuto successo, lo si vede quando esso fa cessare l’animosità, così come
l’insuccesso in materia è misurato dal fatto che esso produca un attaccamento
afflittivo. Incominciamo imparando ad amare noi stessi, con la chiara consapevolezza
dei nostri limiti e delle nostre imperfezioni, ed è qui che lasciamo andare
l’odio per noi stessi e la bassa autostima. Quest’animosità che riserviamo
a noi stessi, che non ci permette mai di perdonarci per i nostri errori,
viene abbandonata, e tuttavia non la si sostituisce con l’attaccamento,
né con un presuntuoso senso di autostima, gonfiandosi di importanza: riusciamo
invece a relazionarci con noi stessi con un’accettazione delicata, che non
contiene giudizio, e poi estendiamo questa qualità amorevole del cuore a
tutti coloro che ci circondano, i quali, proprio come noi, provano il desiderio
di trovare la felicità.
Ogni capitolo è introdotto da una meditazione guidata,
della durata di 24 minuti. Riportiamo un esempio di pratica rivolta ad acquietare
la mente.
Iniziamo dunque con il rendere stabile questo strumento meraviglioso, la
mente, con l’affinare l’attenzione e la focalizzazione mentale contando
ventun respiri. Entrando in una modalità che è meramente osservativa, volgete
l’attenzione ancora una volta alle sensazioni tattili create dall’aria che
entra ed esce dalle narici; volgete anche la vostra consapevolezza introspettiva
allo stato della mente, verificando se è agitata, calma, sonnolenta o vigile.
Fate in modo che l’attenzione al respiro e la vigilanza introspettiva che
tiene d’occhio la mente siano unite ad un senso di profonda confortevolezza,
dove il rilassamento viene dal cuore stesso del vostro essere. Con questa
semplice tecnica, all’inizio della prossima inspirazione, contate mentalmente
“uno”, poi limitatevi ad osservare le sensazioni tattili dell’inspirazione
e dell’espirazione. Appena si presenta la seconda inspirazione, contate
“due”: in questo modo, arrivate fino a ventuno senza perdere il conto. Sebbene,
necessariamente, ancora si intrufolino i pensieri, lasciateli fare, lasciateli
andare a ogni espirazione, volgendo di nuovo la consapevolezza al respiro.
Ora passiamo a spiegare un secondo aspetto di questa pratica: aumentare
la vividezza della mente, mentre la si acquieta nel suo stato naturale.
Disponiamo di sei porte percettive, aggiungendo ai cinque sensi fisici (vista,
udito, odorato, gusto e tatto) una sesta porta di entrata, una percezione
diretta di un altro regno della realtà: il campo di esperienza mentale.
Prendete dunque a interessarvi del campo della mente, questo campo esperienziale
in cui si manifestano pensieri, immagini, sentimenti, emozioni, memorie,
desideri, paure e, di notte, i sogni. Per il momento, manterremo anche una
sorta di attenzione periferica al respiro. Metaforicamente, sarà come se
l’attenzione si tenesse con una mano al salvagente del respiro nel mezzo
dell’oceano. Espandendo la metafora, immagineremo il moto ondoso che pian
piano si inturgidisce e poi si riabbassa... la mano sul salvagente ci dà
una certa stabilità, un punto di riferimento. Ora, dal momento che abbiamo
anche la maschera, infiliamo la testa sott’acqua: mentre il corpo è consapevole
del saliscendi delle onde, siamo presenti a tutto ciò che giace nelle profondità
del mare, in quell’acqua trasparente e luminosa. […]
(I contenuti di questa pagina sono tratti da "Le 5 meditazioni tibetane
dell’autentica felicità" di B. Alan Wallace con l’autorizzazione della
Casa Editrice
Amrita)
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