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Questo è l’apporto dell’indagine condotta dal buddhismo
su come funziona la nostra mente, indagine che sfocia nell’uso della meditazione
quotidiana, che il Dalai Lama espone in questo straordinario libro.
Le chiavi della meditazione quotidiana
Estratto dall’omonimo libro
Di Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama
Edizioni Amrita
2006
«Oggi la scienza occidentale ha accumulato una gran conoscenza tecnologica,
ma pare ancora molto limitata riguardo alla comprensione della coscienza:
e in assenza di tale approfondita conoscenza, persino l’utilità di un’eccellente
padronanza della materia può rivelarsi discutibile – sostiene il Dalai Lama.
– Lo scopo principale dell’acquisizione della conoscenza essendo il bene
dell’umanità, ritengo importantissimo equilibrare la conoscenza della coscienza,
conseguibile attraverso l’esperienza interiore, e la conoscenza della realtà
materiale.
Se ci avviciniamo alla ricerca scientifica da un lato soltanto, senza tener
conto della coscienza interiore, automaticamente trascureremo l’esperienza
del nostro sentire; per esempio, le potenti armi distruttive sono davvero
una gran conquista da un punto di vista puramente tecnologico, ma rispetto
al bene dell’umanità il loro valore è discutibile.
Credo che l’indagine o lo studio della coscienza non vada considerato appannaggio
soltanto delle religioni, ma che sia importante per la conoscenza tecnica,
per la conoscenza umana. In questo senso, la filosofia orientale, e soprattutto
la filosofia buddhista, ha qualcosa da offrire al mondo moderno».
Questo è l’apporto dell’indagine condotta dal buddhismo su come funziona
la nostra mente, indagine che sfocia nell’uso della meditazione quotidiana,
che il Dalai Lama espone in questo straordinario libro.
Tenzin Gyatso, il XIV Dalai Lama, oltre ad essere a capo del governo
tibetano in esilio, è uno dei maggiori leader spirituali del pianeta. Ha
ricevuto il Premio Nobel per la pace nel 1989 e, nel 2007, il massimo riconoscimento
statunitense, la Medaglia d’oro del Congresso, per il suo instancabile operato
in favore della pace e del reciproco rispetto dei popoli e delle diverse
religioni.
Ai giorni nostri, con il continuo crescere della violenza e della crudeltà,
il messaggio buddhista della non-violenza è molto importante.
Come il Mahatma Gandhi, penso che l’essenza degli insegnamenti del Buddha
e di molti altri antichi maestri indiani dovrebbe essere integrata nel campo
della vita quotidiana. Prendetene l’essenza e applicatela alla vostra vita
professionale; questo è il giusto modo di procedere. Se consideriamo gli
insegnamenti spirituali e religiosi come un qualche cosa a sé stante, allora
saranno davvero poco utili. E se nella nostra vita mondana ci dimentichiamo
della pratica spirituale, anche questo non è giusto.
Se a un certo punto, nei giorni futuri, la popolazione del mondo sarà capace
di vivere in armonia, e se tutta l’umanità diventerà quasi come una famiglia
fondata su una genuina volontà di cooperazione, senza differenze e conflitti,
questa unità sarà eccellente; se mai verrà un tale magnifico giorno, allora
potremo abbandonare tutti i nostri retaggi culturali, che ci conferiscono
identità distinte. Nel frattempo, però, credo che preservarli sia importante;
questo è particolarmente vero nel caso dell’antico retaggio culturale dell’India,
che è correlato molto da vicino allo sviluppo della mente; ed è proprio
per questa sua correlazione fondamentale che tale cultura dovrebbe affiancare
il progresso materiale.
Vi sono due modi per insegnare la dottrina del Buddha: uno è impostato sul
rapporto guru-discepoli, e magari comprende una puja, cerimonia di offerte
materiali e mentali che sono un segno di rispetto nei confronti dell’insegnamento,
oltre che un modo per rafforzare la devozione; l’altro consiste in un incontro
completamente informale, dove il rapporto guru-discepoli non è chiamato
in causa.
Qui, seguiremo questa seconda via.
Potremmo dire che tutti gli insegnamenti del Buddha Shakyamuni sono riconducibili
a due categorie: quelli sul comportamento e quelli sulla visione.
Il comportamento: la non-violenza
Il comportamento insegnato dal Buddha è la non-violenza [ahimsa in sanscrito,
tshe med zhi ba’i lam in tibetano], ossia non fare del male, dove il non
fare del male agli altri include anche il far loro del bene, l’operare per
il loro benessere.
Perlopiù, le principali religioni del mondo concordano sullo scopo di far
del bene a tutta l’umanità, insegnando a tal fine la non-violenza, e che
bisogna essere calorosi, avere una motivazione positiva e un buon carattere;
quanto al modo per riuscirci, tuttavia, le filosofie differiscono, giacché
gli esseri umani hanno inclinazioni mentali molto diverse tra loro. Certe
filosofie si rivelano più adatte di altre per alcuni, e il fatto che esse
siano numerose consente a individui dotati di menti e interessi diversi
di mettere in pratica i sistemi più adatti a loro.
Indipendentemente dalle diversità filosofiche, però, il punto principale
resta quello di domare la mente, di disciplinarla, e di coltivare il buon
cuore, di essere calorosi.
La visione: l’interdipendenza
In questa prospettiva, possiamo dire che esistono due diversi approcci alla
spiritualità, due filosofie principali: alcune religioni insegnano che esiste
un Dio creatore, di cui noi siamo le creature; ci dicono che tutto, in ultimo,
dipende da Dio, e che agendo secondo la Sua volontà si consegue una felicità
permanente. Questo approccio attribuisce la massima rilevanza al Creatore,
e il ruolo dell’individuo è ridotto ai minimi termini; chi segue tale approccio
agirà in base al fatto che tutto sta nelle mani del Creatore, e impronterà
il proprio comportamento al non contrastarne la volontà, traendo da ciò
soddisfazione mentale e stabilità morale. Altri però hanno una visione “scettica”
delle filosofie religiose, e preferiscono affidarsi all’interdipendenza.
Questo è l’approccio dei buddhisti, fondato sul fatto che il tutto non sta
nelle mani dell’Onnipotente ma nelle nostre; anche noi ne traiamo soddisfa-
zione sul piano mentale e stabilità morale. Sebbene fare del male agli altri
sia contrario all’insegnamento del Buddha, il senso di questa affermazione,
da parte dei buddhisti, è un po’ diverso dal caso precedente: il Buddha
ha infatti insegnato che tanto la sofferenza (che nessuno vuole) quanto
la felicità (che tutti desiderano e a cui tutti tengono) sono il prodotto
di cause, e che il nostro destino è nelle nostre mani.
Il solo Creatore, per il buddhismo, è la nostra mente, intrinsecamente pura
e dotata di una motivazione altruistica: da essa possono scaturire azioni
fisiche e verbali altrettanto positive, capaci di produrre risultati sani,
piacevoli e benefici; se però la mente rimarrà rozza ci ispirerà atti violenti,
tanto verbalmente che fisicamente, azioni che per loro natura faranno del
male o feriranno gli altri, producendo così risultati spiacevoli e dolorosi.
Non possiamo, insomma, prendercela con qualcun altro per la nostra sofferenza,
ma con noi stessi soltanto; la responsabilità è sulle nostre spalle: i buddhisti
credono nell’auto-creazione, invece che in un Dio Creatore onnipotente.
[…]
All’insegnamento della non-violenza sul piano comportamentale fa dunque
da complemento, sul piano della saggezza, l’insegnamento della visione dell’origine
interdipendente: per “origine interdipendente” si intende, ricordo, che
la felicità a cui tanto teniamo è un effetto, ossia è prodotta da una causa,
il che vale anche per la sofferenza che non desideriamo affatto. Sarebbe
dunque auspicabile tentare di coltivare la causa della felicità e abbandonare
la causa della sofferenza.[…]
Per liberare le nostre menti dalla sofferenza e dalle temporanee distorsioni
percettive che la producono, occorre capire che cosa s’intende per “saggezza
della vacuità”, ossia quel tipo di coscienza che elimina le illusioni [o
distorsioni percettive] mentali e accerta la vera natura della realtà.
Dal momento che tale accertamento è capitale, esistono diversi metodi di
indagine per arrivarci.
La convalida cognitiva
I testi buddhisti sostengono che il criterio per accertare se un dato fenomeno
è reale o no sta nella possibilità o meno di convalidarne la realtà cognitivamente:
cioè, la cosa esiste, è reale, se è percepita da mezzi di conoscenza validi,
altrimenti non esiste. Nella categoria delle cose che esistono troviamo
due tipi di fenomeni: i fenomeni impermanenti o occasionali (ossia quelli
che a volte ci sono e a volte no) e i fenomeni permanenti (ossia quelli
che sono sempre presenti, come lo spazio).
L’esistenza occasionale, impermanente, dei fenomeni ci dimostra che essi
dipendono da cause e condizioni, ed è per questo che vengono chiamati “prodotti”;
i fenomeni che non dipendono da cause e condizioni, ed esistono dunque permanentemente,
ì vengono chiamati “non-prodotti”.
Alla categoria dei “prodotti” appartengono moltissimi fenomeni diversi:
– quelli visibili (che hanno una forma, di un colore, e così via) vengono
collettivamente designati con il nome di “forma”, categoria che si estende
a tutti gli oggetti delle nostre coscienze sensoriali, giacché qui “forma”
va intesa non solo come la forma percepita dalla “coscienza dell’occhio”,
ma anche come l’odore percepito dalla “coscienza del naso”, e così via per
l’udito, il tatto e il gusto;
– quelli che non visibili (per esempio la coscienza o la conoscenza), vengono
definiti “senza-forma”;
– vi è anche un’ulteriore categoria di fenomeni formata da mere astrazioni
come il tempo, il sé, e così via, che non appartengono alle prime due tipologie.
La coscienza, ossia la mente che conosce
La coscienza è a sua volta suddivisa [per comodità di studio] in due categorie
principali: quella delle coscienze primarie (le coscienze sensoriali che
dipendono dalle rispettive facoltà sensoriali quali condizioni immediate,
e le coscienze mentali) e quella delle coscienze secondarie, ossia i “fattori
mentali associati”, atteggiamenti mentali ed elementi che non sono dotati
di facoltà sensoriali proprie, ma che accompagnano le coscienze primarie.
Il sorgere di una coscienza sensoriale, per esempio la coscienza dell’occhio,
dipende da certe condizioni, tra cui la concomitanza di tre condizioni principali:
che vi sia un oggetto da percepire, la condizione interna abilitante [la
presenza dell’organo atto a percepirlo, N.d.R.], a cui dovrà aggiungersi
un ulteriore fattore, che è il momento di coscienza immediatamente precedente.
[…]
Se prendiamo, come esempio, la coscienza dell’occhio che percepisce questo
libro, il fatto che essa percepisca proprio questo libro e non il tavolo
è imputabile alla presenza dell’oggetto osservato, che ha la qualità di
apparire alla coscienza.
Dunque questo libro ha la qualità di apparire alla coscienza percettiva
che lo coglie (questa è la “condizione dell’osservazione” stessa, ossia
che sia presente un oggetto), ma il fatto che questa coscienza percepisca
una forma e non un suono è l’impronta dell’organo sensoriale dal quale essa
dipende, ed è dunque imputabile alla cosiddetta “condizione prevalente”
(ossia la presenza di una data facoltà sensoriale, rappresentata in questo
caso dalla facoltà sensoriale dell’occhio). Tuttavia, la mera concomitanza
della cosiddetta “condizione dell’osservazione” e della “condizione prevalente”
ancora non garantisce di per sé che si sia coscienti del libro, giacché
se la mente è distratta da altro, sebbene ci siano sia l’occhio che l’oggetto,
non siamo consapevoli della sua presenza, non diversamente da quando dormiamo.
Deve dunque esserci una terza condizione oltre a queste due.
Questa terza condizione è detta “condizione immediatamente antecedente”,
e si riferisce al fatto che questa coscienza dell’occhio è anche il prodotto
di un precedente momento di coscienza, dal quale essa procede: proprio come
la materia richiede una causa sostanziale che ha una sua continuità identica,
che è appunto la materia, analogamente la coscienza è prodotta da un precedente
momento di coscienza, la cui continuità procede da una causa sostanziale,
che è, a sua volta, un momento precedente della stessa continuità. Sia la
mente che la materia dipendono infatti da cause e condizioni (il che è comprovato
dal fatto che sono soggette al cambiamento), che sono la premessa razionale
che serve da base all’idea che vi siano vite passate e vite future.
Anche oggi, ci sono persone che hanno ricordi molto chiari delle loro vite
passate. Se esaminiamo ulteriormente la continuità di coscienza di questa
vita, per esempio nel momento del concepimento, allora questa continuità
può essere fatta risalire alla vita precedente. Per estensione, non vi è
ragione perché la continuità di coscienza venga a cessare alla fine di questa
vita, nel momento della morte.
Per questa ragione è bene preoccuparsi delle nostre vite future; se le nostre
rinascite saranno positive o sfortunate, dipenderà dalle azioni che avremo
compiuto in questa vita. Dunque, mentre siamo indaffarati nelle cose di
questo mondo, non dovremmo comunque trascurare di pensare al futuro.
Se una delle condizioni (per esempio, il precedente momento di coscienza)
non è completa, allora, anche se l’organo sensoriale e l’oggetto si incontrano,
non produrranno la coscienza dell’occhio che vede; l’oggetto e l’organo
(l’occhio) potranno cioè essere presenti, ma se il cervello non è in funzione,
quella coscienza sensoriale non è cosciente di nulla, ossia non viene in
essere; tuttavia, da solo, il cervello non avrebbe il potere né l’abilità
di produrre un’esperienza della coscienza dell’occhio, il che dimostra che
dev’esserci, oltre alle coscienze sensoriali, ancora un altro fattore: è
la coscienza mentale, dipendente dal cervello.
La coscienza mentale e il suo modo di percepire
Le coscienze sensoriali e mentali sono molto diverse tra loro, e diverso
è anche il modo in cui esse percepiscono un oggetto. Le coscienze sensoriali,
quali la coscienza dell’occhio, del naso, e così via, vengono in essere
e sperimentano i loro oggetti con modalità simili tra loro: per esempio,
se diamo a questo libro anche solo un’occhiata generica, ci sarà un “qualcosa”,
un determinato elemento che richiamerà la nostra attenzione su questo pezzo
particolare di materia.
Quando la mente viene attratta da una forma, magari se sentiamo un suono
non lo registriamo, non ne siamo consapevoli, non lo ricordiamo… non diversamente
da quando accade che sia un suono melodioso ad affascinarci, per cui anche
se vediamo qualcosa non ne siamo consapevoli e non ce ne ricordiamo più
tardi, a riprova del fatto che, oltre alle coscienze sensoriali, definite
“non-concettuali”, perché si produca un processo cognitivo deve intervenire
un altro fattore, che abbiamo chiamato “coscienza mentale”.
A sua volta, la coscienza [o percezione] mentale può essere concettuale
e non-concettuale. La percezione mentale concettuale consiste nel percepire
l’oggetto attraverso un’immagine, nel coglierlo escludendo ciò che non è
tale oggetto. La percezione mentale non-concettuale è anche detta “percezione
diretta”, e a parte qualche divergenza tra le diverse scuole sull’esistenza
o meno della percezione diretta autopercepente, tutte le scuole buddhiste
accettano [fra i mezzi di conoscenza validi] tre tipi di percezioni dirette:
sensoriale, mentale e yogica, l’ultima delle quali viene conseguita per
mezzo della meditazione. […]
Domanda: come si può distinguere quando la
mente ci sta sviando dalla realtà, e quando no? La mente è lo strumento
che usiamo per ragionare, sicché se la mente stessa è preda dell’illusione,
che si può fare?
Dalai Lama: per rispondere, bisogna ch’io
spieghi i due tipi di visioni corrette: la corretta visione mondana, e la
corretta visione che trascende il livello mondano.
La visione che trascende il livello mondano si riferisce alla realizzazione
della natura ultima dei fenomeni, ossia della vacuità. L’apparire di un
fenomeno, il suo sembrarci dotato di esistenza inerente, come se esistesse
di per sé e in modo indipendente, è una percezione errata, sotto la cui
influenza finiamo per aggrapparci a tale supposta esistenza autentica. Per
capire che la nostra coscienza, la stessa che vede i fenomeni in quel modo
distorto, si sta sbagliando, bisogna prima realizzare che i fenomeni in
questione non dispongono di tale natura esagerata, che non sono affatto
dotati di esistenza inerente e indipendente, e che quindi non sono dotati
di esistenza autentica. Ci accorgiamo allora che la coscienza alla quale
essi appaiono dotati di esistenza autentica, si sbaglia. Quando sperimentiamo
le emozioni distruttive, come l’avversione o l’attaccamento, l’oggetto del
nostro desiderio o della nostra repulsione ci appare come se fosse qualcosa
di solido, indipendente, permanente; ma appena ci rendiamo conto che l’oggetto
della nostra attenzione di fatto non esiste nel modo in cui noi lo percepiamo,
le nostre afflizioni emotive, dovute all’avversione o al desiderio, si affievoliscono,
e possiamo meditare sulla vacuità.
Domanda: se un fenomeno, così come noi lo
comprendiamo, è una designazione della nostra coscienza, si tratta dunque
di un puro costrutto mentale?
Dalai Lama: sebbene sia vero che i fenomeni
sono designazioni del pensiero concettuale, nulla può esistere per il semplice
fatto di averci messo un’etichetta. Non è che tutto ciò che viene imputato
da una coscienza diventa l’oggetto imputato; i fenomeni non possono essere
manipolati a seconda del volere della coscienza.
Se così fosse, infatti, la coscienza, il pensiero concettuale, potrebbero
fare tutto quello che vuole, né vi sarebbe differenza tra mezzi di conoscenza
validi e non validi, né vi sarebbe differenza fra ciò che è giusto e ciò
che è sbagliato. Dal momento che i fenomeni appaiono, e dal momento che
la loro esistenza reale viene confutata con la logica, rimane un’unica scelta,
ed è che essi esistano nominalmente, per mezzo della designazione. Il che
però non vuol dire che tutto ciò che noi designiamo diventa la nostra designazione
di quella cosa.
Nagarjuna, nel suo Trattato fondamentale sulla saggezza, confuta l’asserzione
che il Buddha non possa essere onnisciente, dal momento che non ha risposto
a certe domande; spiega invece che il fatto stesso che il Buddha non abbia
risposto a tali domande ne prova l’onniscienza. Ciò implica che, quando
le parole sono inutili, è meglio star zitti. Infatti, ogni parola proferita
dovrebbe essere benefica.
Una delle dieci azioni non virtuose è chiamata “parola derisoria” [o calunnia,
N.d.T.]: quando con la parola separiamo gli amici, anche se diciamo la verità
creiamo un’azione non virtuosa, e questo va evitato. Quando parlare è di
aiuto, allora persino la menzogna può diventare un’azione virtuosa. Tutto
dipende se parlare farà del bene o no.
In alcuni suoi insegnamenti, il Buddha dice che i cinque aggregati sono
come un peso, e che la persona è come colui che lo trasporta. Qui, egli
spiega il sé come qualcosa di sostanzialmente esistente, il che contraddice
il punto di vista assoluto del Buddha medesimo. Fa questa affermazione per
aiutare le persone che aderiscono assolutamente al concetto di un sé; se
dicesse loro che non c’è alcun sé, esse rischierebbero di dedurne che non
c’è niente che abbia importanza.
(I contenuti di questa pagina sono tratti da "Le chiavi della meditazione
quotidiana - Dalai Lama, con l’autorizzazione della
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