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Home Page » Libri » Il complotto Da Vinci

(Aggiunto il 21-04-07)

Il seguente brano è tratto da: Il complotto Da Vinci (libro)
Autore: Fabrizio Ponzetta
 

Sinistre attribuzioni sul Codice Da Vinci

Lo abbiamo già sottolineato abbastanza: Il Codice da Vinci è un romanzetto che ha avuto il merito, per la Chiesa un torto, di divulgare con un linguaggio semplice e alquanto sbrigativo dubbi o nuove ipotesi riguardo alla storia del cristianesimo e del suo misterioso e probabilmente involontario fondatore.
Brown, che comunque non brilla per intelligenza, come accerteremo più avanti, prende per buona una supposizione, quella di Baigent, Leigh e Lincoln(1), e ne costruisce una trama. Ma la supposizione di Baigent, Leigh e Lincoln, per quanto bizzarra possa apparire agli occhi di chi accetta, suppone o crede ciecamente ai vangeli come attendibile fonte storica, oltre a non essere certo più assurda, da un punto di vista razionale e storico, dei vangeli stessi, si basa anche su una piattaforma di verità storiche incontestabili, come ad esempio quelle emerse nei capitoli precedenti. Che poi i tre siano partiti per la loro discutibile tesi, non toglie che i punti di partenza siano ineccepibili. Insomma, non si può buttare via il bambino con l’acqua sporca.

Il fatto che verità incontestabili, come le incongruenze dei vangeli, il riconoscimento che il cristianesimo fu un sincretismo azzardato di ebraismo e culti misterici, vengano spudoratamente negate tramite un catechismo spacciato per Storia è un vero e proprio insulto all’intelligenza umana, che mi spinge allora a calcare la mano. Tralasciando le complesse tesi di Baigent e compagni, mi chiedo come mai, fatta eccezione per i vangeli (che, seppur spacciati come redatti nel primo secolo, sono addirittura posteriori nella loro stesura definitiva), non esista nessuna fonte storica dell’esistenza di Gesù, relativa all’epoca in cui sarebbe dovuto esistere.
Plinio il Vecchio, che passò cinque anni in Palestina intorno all’anno 60, parla esplicitamente di una comunità nel deserto dell’Engaddi (sorprendentemente corrispondente alla comunità dei rotoli di Qumran), ma nessun riferimento a un tale Gesù, alla sua storia straordinaria né tanto meno ai suoi primi apostoli, così tanto impegnati a predicare in quel periodo la “buona novella”, stando ai loro “Atti”. A rileggere oggi, dopo la scoperta dei rotoli di Qumran, gli storici dell’epoca, si comprende, con buona pace di quanti non possono e non vogliono comprendere, che “qualcosa di strano” all’epoca accadde: Plinio il Giovane scrisse nel 112, in qualità di governatore della Bitinia, una lettera a Traiano riguardo una certa comunità che praticava i pasti in comune in onore di un messia quasi divino. La descrizione corrisponde a quella che Giuseppe Flavio fa degli esseni e che poi, guarda caso, coincide con la raffigurazione delle prime comunità cristiane negli Atti degli Apostoli.
Si potrebbe allora pensare, se non ci fosse un forte condizionamento di base, che tale Paolo di Tarso, o chi per lui, sicuramente a posteriori abbia preso e imbastito le origini del proprio movimento sulla storia di queste comunità ebraiche, spacciandole per i cosiddetti primi cristiani. E non mi si venga a citare il passo di Giuseppe Flavio sull’esistenza di Gesù, già brillantemente commentato da Voltaire per ciò che è: un falso, inserito a casaccio nell’opera dello scrittore, che comunque rimase ebreo fino alla morte. Lasciamo perdere anche l’“inconfutabile” prova della persecuzione di Nerone, ovvero gli scritti del contemporaneo Tacito, saltati fuori solo nel XV secolo per opera di un certo Poggio Brandolini, segretario pontificio. Egli disse di averle ricevute nel 1429, sotto forma di un manoscritto dell’XI secolo, da un monaco anonimo che era venuto a Roma in pellegrinaggio (sic!). Per tacere poi di quella falsa corrispondenza fra Seneca e san Paolo, che ormai neanche la Chiesa osa attestare come vera.

Nonostante tutto ciò, il cattolico Ullate Fabo, nel suo Contro il Codice da Vinci arriva a scrivere, confutando Dan Brown:

“La verità vi farà liberi” (Gv 8,32) insegna Gesù Cristo, ma secondo il nostro autore la Chiesa non gli ha prestato molta attenzione […]. La Chiesa ha sempre ripetuto a gran voce il mandato di Dio sul Sinai: “Non deporre falsa testimonianza”. Eppure Brown insiste nel dire che non è possibile ovviare alla sua “lunga storia di inganni e di violenze”.

E in questa sua insistenza, Brown non ha torto, ma, ritornando alla sua produzione letteraria, non voglio certo negare che spesso le spari davvero grosse; già nel suo precedente romanzo Angeli e Demoni inventa un paio di inverosimili scempiaggini che denotano una certa ignoranza o una certa stupidità. Ad esempio, il prete-scienziato cattolico che viene ucciso è padre di una figlia legalmente adottata. Ma questo è ancora niente, il peggio viene quando, in un colpo di scena demente, si scopre che il cardinale camerlengo è il figlio del papa morto…
…anche qui potrebbe ancora essere verosimile, ma il papa ebbe questo figlio con una suora quando era prete…
…va bene anche questo è possibile, ma il prete si innamorò di questa suora (e questa suora si innamorò del prete) e siccome entrambi volevano un figlio, ma non volevano rompere i voti di castità, si rivolsero all’inseminazione artificiale (!!!!!?????) e così nacque il camerlengo.
Ma come si fa a scrivere simili stupidaggini?

Il Codice da Vinci è leggermente più attento nell’evitare la fuoriuscita di certe idiozie dal cervello di Brown, rispetto alle confuse e strampalate sciocchezze di Angeli e Demoni, grazie appunto ad un filo conduttore che, lo abbiamo già detto, sono le tesi di Baigent, Lincoln e Leigh. Tuttavia, non potendo copiare di sana pianta il libro-indagine dei tre sul Graal (i quali, ricordo, lo hanno denunciato per plagio) e dovendo sistemare i concetti nei dialoghi del romanzo, Brown si lascia andare e inserisce una serie di nozioni apprese qua e là, probabilmente su qualche rivista new age americana.
Ed è in questo contesto mentale che l’autore del Codice attribuisce al cristianesimo la “demonizzazione” del culto della Dea. Ullate Fabo ci va a nozze quando Brown scrive stupidaggini del genere:

Neppure l’associazione tra lato sinistro e femminino era sfuggita alla diffamazione della Chiesa. In Francia e in Italia gauche e sinistro avevano assunto una connotazione negativa.

Tuttavia, l’ansia di confutare Dan Brown porta Ullate Fabo a livelli davvero demenziali, come quando scrive orgoglioso di una stazione ferroviaria parigina, citata nel romanzo, da cui nella realtà non partono i treni per una certa destinazione verso la quale invece Brown li fa partire. Ecco, è di fronte a simili inutili “confutazioni” di un romanzo, messe in atto solo per screditare tesi storiche alternative alla “Verità cattolica”, che mi viene da ribattere: ma pensa ai tuoi vangeli, che descrivono Nazareth come una città affacciata sul lago Tiberiade e costruita sopra un monte, quando invece Nazareth è in pianura e lontana circa cinquanta chilometri dal lago!
Sempre riguardo all’ansia confutatrice di Ullate Fabo: quando, nel romanzo di Brown, Lord Teabing parla dei rotoli del Mar Morto sostenendo che sono stati scoperti “verso il 1950”, il prode Ullate Fabo, paladino di verità, corregge nel suo Contro il Codice da Vinci che:

la scoperta avvenne negli anni quaranta, e precisamente nel 1947. È un errore di poco conto, se non fosse che tutta la forza del libro si basa sulla grande autorità e sull’esattezza di ciò che sostengono Langdon e sir Leigh Teabing.

Fa veramente pena che tanto accanimento non faccia neanche notare che il povero Brown aveva scritto “verso” e non “negli” anni cinquanta. E comunque, fu negli anni cinquanta che si iniziò a mettere insieme il materiale, a scavare nelle altre grotte e a pubblicare i primi frammenti ritrovati; nel 1947 i rotoli non esistevano neanche per il pastore beduino che li aveva trovati, in quanto non sapeva cosa fossero. Il primo comunicato pubblico che attestava il ritrovamento risale all’11 aprile 1948 e venne pubblicato il giorno dopo sul Times di Londra. I frammenti ritrovati sono 800-850, di cui 500 solo nel 1952 (2).

Note
(1) Cfr. cap. 2 – parte 1.
(2) Cfr. Elio Jucci, I manoscritti ebraici di Qumran: a che punto siamo?, in Istituto Lombardo n° 129, anno 1995 (online: http://lettere.unipv.it/SETH/qumran.htm).

Brano tratto da: Il complotto Da Vinci (libro)
Autore: Fabrizio Ponzetta

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