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La biologia non fa niente per caso. L’inconscio è intelligente.
Possiamo constatare che è all’opera un’intelligenza nascosta, e che non
vi è malattia senza un suo significato celato.
Ho un corpo per guarirmi
Estratto dall’omonimo libro
Di Christian Flèche
Edizioni Amrita,
2008
C. G. Jung diceva che «la malattia è lo sforzo che fa la Natura per guarire».
Spesso la consideriamo solo come una disgrazia, una calamità, oppure il
frutto del caso, e ci accaniamo con medicine, manipolazioni, o magari amputazioni.
L’Autore rovescia completamente questa visione, riconoscendo nella malattia
«una reazione biologica di sopravvivenza di fronte a un evento emotivamente
ingestibile». Partendo da questo concetto comune anche alla Nuova Medicina
di Hamer, Christian Flèche ha messo a punto una serie di griglie di lettura
a partire dall’apparato interessato, dall’organo, dal tessuto e dalla sua
comparsa nella vita embrionale; dal fatto che il sintomo si presenti come
«cancellazione» o come «aggiunta»; dalla forma percettiva dominante nella
persona, dalla forma espressiva del conflitto, chiamando in causa le credenze
del malato e persino il condizionamento dell’esser nato, per esempio, come
primo o secondogenito, eccetera.
Queste griglie derivano da anni di pratica e sono davvero molto complete:
se correttamente applicate, consentono di risalire all’evento che ha generato
il disturbo, e poi di scioglierlo, in omaggio al principio per cui curando
la causa si cura l’effetto.
Il libro che avete in mano è il primo di una serie di straordinarie opere
di grande successo di Christian Flèche, e che a poco a poco vi presenteremo.
Christian Flèche, psico-bioterapeuta, un master in PNL e in linguaggio
metaforico, è un caposcuola nel campo della decodifca biologica delle malattie,
un’autorità indiscussa la cui scuola si appresta a farsi conoscere anche
in Italia.
Sono nato il 22 agosto 1957 ad Arcachon, in Francia.
A diciotto anni ho cominciato gli studi per diventare infermiere, nell’ospedale
generale di Vernon. A sei mesi dal diploma mi hanno buttato fuori per “errore
di orientamento”… e sono diventato una pecorella smarrita di un ignoto gregge,
il quale doveva trovarsi su un pianeta scomparso! Il pretesto per cacciarmi
fuori era che ero “troppo incline alle relazioni” per diventare un buon
infermiere: al mio supervisore bastavano trentatré minuti per prendere il
polso, la pressione, la temperatura e la diuresi a venti malati, mentre
io ci mettevo due ore: un crimine fatale e irrimediabile di fronte alle
esigenti tempistiche ospedaliere!
Dopo quattro riunioni del Consiglio tecnico, eccomi dunque bandito dalla
mia scuola e da casa mia. Diciannove anni, dieci mesi e otto giorni… Parto
in autostop e sbarco, con le mie poesie e il mio ultimo romanzo, all’ospedale
di Saint-Tropez, per lavorarci come inserviente.
Altro autostop, qualche avventura, e ricomincio a studiare da infermiere
ad Aix-en-Provence, questa volta concludendo brillantemente il percorso.
Continuo però a scrivere, e a praticare la meditazione zen. La sceneggiatura
della mia vita continua: cerco una cosa, e ne trovo un’altra. È così che
praticando il buddhismo divento cristiano, nell’esperienza di una relazione
diretta con l’Altissimo. Grande felicità, e primo flash.
Affianco come volontario il cappellano dell’ospedale; ascolto la gente,
senza dir nulla e senza voler convincere nessuno […]
Secondo flash: una formazione all’ascolto rogersiano: ascoltare senza occultare,
auscultare, parlare; riformulare ciò che dice l’altro, ciò che non si accorge
di dire. […] Il grande segreto della comunicazione è “sparire”, permettere
all’altro di pensare ad alta voce, come se parlasse a se stesso,
senza subire da parte nostra né giudizi né deformazioni.
Terzo flash: incontro con l’originale lavoro del dottor Hamer. E se il morente
fosse vivo? E se, come già Jung presentiva, la malattia non fosse qui per
essere guarita, ma per guarirci? Ma guarirci da cosa? Certamente da un conflitto,
ossia dalla nostra resistenza al cambiamento! Una visione emozionale di
ciò che vive.
Questo cambia tutto: un concetto materialistico dell’essere umano corre
il rischio di dare una spiegazione materialistica anche all’origine delle
malattie: […] Se l’uomo è dinamismo, la malattia è dovuta al fatto che questo
dinamismo si sregola; il trattamento verterà allora sul rimetterlo in carreggiata
(omeopatia, eccetera). […]
Se infatti ci identifichiamo con il corpo materiale, moriamo continuamente:
i globuli rossi hanno quattro mesi di vita, le cellule cutanee poche settimane,
le cellule ossee pochi mesi. E in sette anni tutto il nostro corpo è rinnovato:
che resta di noi, che resta di stabile? Nulla, a parte i neuroni che vivono
dalla nascita alla morte senza quasi rinnovarsi (quelle che si ricreano
sono le sinapsi, sempre nuove, tra i neuroni), ma muoiono al ritmo di diverse
migliaia al giorno.
E se ci si identifica con il nostro corpo energetico, quello sensibile all’agopuntura?
Anche questo, non fa che cambiare.
Con cosa, con chi, allora, ci possiamo identificare? Tutto cambia: i nostri
valori, le nostre credenze, il nostro corpo emozionale… Su che cosa fondarsi?
Sulla biologia, la funzione fondamentale di ogni organo: questo ci permette
di decodificare le malattie così come le turbe comportamentali, e apre una
nuova visione del vivente e delle interazioni fra gli esseri.
Quarto flash: la PNL*, poi Milton Erickson. La PNL insegna che il contenuto
non è nulla, ma il contenitore è tutto. Poco importa che mi abbiano rubato
il marito, la moglie, la mia macchina gialla, o la mia tv stereo: ciò che
conta è quello che ho provato: il contenitore, ossia la struttura dell’esperienza,
il “pacco dono”. Grazie alla PNL (e non solo) posso agire sul contenitore,
trasformarlo, e contemporaneamente trasformare la mia esperienza, il senso
di questa esperienza, il vissuto. […]
Marc Fréchet mi ha guidato attraverso i cicli, perché riuscissi a captare
l’essenziale nel non-detto dell’altro. Questo essenziale è nascosto, e tuttavia
rende possibile un sintomo ben visibile.
E l’essenziale non va taciuto.
Quando sono costretto a rimanere tutto il giorno al sole mi abbronzo,
e l’abbronzatura non è una malattia; è sintomo di una
reazione di adattamento.
Poi scende la notte, e sebbene io sia ormai lontano dal sole, l’abbronzatura
rimane!
Possiamo dire che l’abbronzatura è la fase visibile dell’esperienza, mentre
l’esposizione al sole ne è la fase invisibile. Il sole è l’azione, l’abbronzatura
è la reazione. Analogamente, la malattia è una reazione (una fase visibile)
che succede a un’azione (fase divenuta invisibile).
Il sintomo è una reazione di adattamento:
• dell’individuo. Se mangio dei funghi velenosi
(azione) poi appaiono dei sintomi: vomito, emicrania, diarrea, febbre, e
così via. Questa è la reazione, fase visibile e sensibile: qui la malattia
è una fase di adattamento che permette la sopravvivenza;
• del gruppo. Ecco una storia vera: la gattina
Minette è incinta di diversi micetti. Ne partorisce dodici. Biologicamente
parlando, è in difficoltà per nutrirli tutti abbastanza. La madre di Minette
vive nella stessa casa; da tanto tempo non ha più avuto dei piccoli, ed
ecco che spontaneamente incomincia a produrre latte, che i cuccioli di sua
figlia vanno a poppare. Questa produzione di latte è un sintomo di adattamento
perfetto provocato dall’inconscio biologico per trovare la soluzione dell’evento
esterno;
• della specie. Immaginiamo ora due leonesse
nella savana: una con un piccolo territorio di caccia, l’altro con un territorio
più grande. Tutte e due si accoppiano con il maschio dominante. La prima
avrà solo due leoncini, l’altra, quella con un grande territorio, ne avrà
otto. L’inconscio biologico di ciascuna leonessa produce il numero adeguato
di leoncini.
Inutile partorirne dieci, se poi non ci sarà cibo a sufficienza per loro
quando verranno al mondo. Se le prede sono scarse, può accadere che le due
leonesse diventino sterili.
L’inconscio biologico ci governa fino a che diventiamo consapevoli dei
suoi contenuti, e dunque riprendiamo in mano le redini della faccenda.
Per tornare all’esempio di prima, la leonessa metterà al mondo otto leoncini.
I più veloci si accaparreranno le mammelle più ricche, quelle che contengono
più latte: quelle superiori. Per sopravvivere bisogna essere veloci, afferrare
rapidamente il cibo.
Esiste un’impellenza inconscia. Se qualche leoncino cade in un dirupo, la
madre metterà in atto una soluzione biologica inconscia: l’inconscio biologico
darà alle mammelle l’ordine di produrre più latte, per permettere ai leoncini
sopravvissuti di ristabilirsi, avendo più cibo. E se per caso tutti i leoncini
muoiono cadendo nel dirupo, o vengono uccisi da un nuovo maschio dominante
che sopprime i piccoli del suo predecessore, la femmina vive immediatamente
un altro conflitto biologico inconscio, che questa volta solleciterà le
ovaie: avrà delle cisti, allo scopo di fabbricare più estrogeni per una
nuova ovulazione, un nuovo slancio produttivo, mirato alla conservazione
della specie. Queste cisti non sono una malattia, ma sintomi di adattamento
allo stress. I tumori alle mammelle della leonessa non sono una malattia,
ma soluzioni di guarigione. Con questa visione del mondo, il sintomo ci
appare come un adattamento biologico di sopravvivenza.
Attraverso questi esempi, presi a prestito molto liberamente dall’etologia,
vediamo che la malattia, il sintomo, può presentarsi come una soluzione
biologica di sopravvivenza dell’individuo, del gruppo o della specie. […]
La biologia non fa niente per caso. L’inconscio è intelligente. Possiamo
constatare che è all’opera un’intelligenza nascosta, e che non vi è malattia
senza un suo significato celato. Il sintomo e la malattia sono sempre una
reazione a qualcosa di distante che è diventato invisibile.
Di solito noi vediamo solo le reazioni, la parte immediatamente visibile,
mentre esiste un’azione dimenticata, diventata invisibile. Talvolta abbiamo
l’impressione che la natura si impenni, che ecceda, ma è di capitale importanza
andare in cerca dell’azione che è dietro la reazione.
Qualsiasi sintomo è presente per curare ciò che lo ha provocato, l’obiettivo
essendo in ogni caso quello di sottrarci allo stress, quale che ne sia la
forma.
Potrà sembrare un po’ paradossale, se non addirittura provocatorio, dire
che le nostre malattie sono fatte per guarirci… […]
La malattia ci mette davanti a una parola, a un avvertimento, a un’informazione
che ha uno scopo, e noi siamo sempre liberi se stare ad ascoltare o no,
se decifrare il messaggio o no. La malattia è dunque un’occasione supplementare
di sopravvivenza: se mi abbronzo, è per non bruciarmi; ma se rimango esposto
al sole per giorni e giorni di fila, potrò bruciarmi comunque. Qualsiasi
malattia, qualsiasi sintomo, risponde a un’intenzione positiva.
La nozione di malattia “psicosomatica” o di “reazione biologica” sottintende
una fondamentale unità della vita, unità che si esprime in mille modi diversi,
per esempio attraverso la vita psichica, le emozioni, i corpi… oppure le
malattie.
Tutti hanno ormai il presentimento che ci sia qualcosa che cerca di esprimersi,
e che il sintomo non può solo essere l’effetto del caso; ma cosa significa
quel sintomo, quella malattia? Cos’è che cerca di esprimersi? […]
È attraverso gli organi che parliamo, cosa che di solito è riconosciuta
per l’asma, per l’ulcera allo stomaco, l’eczema, e sempre più spesso anche
per il cancro. C’è chi pensa ci siano malattie psicosomatiche da un lato
e malattie non psicosomatiche dall’altro, ma non si capisce bene come si
possano suddividere le malattie in psicosomatiche e non psicosomatiche.
L’uomo, infatti, è un’unità indissociabile: se riusciamo a capire che non
una sola cellula del nostro corpo può sfuggire al controllo del cervello,
e che neppure una parte del cervello può dirsi autonoma, indipendente dal
controllo del pensiero conscio o inconscio, allora incominciamo a capire
che non vi è assolutamente alcuna malattia che non possa dirsi psicosomatica,
giacché non vi è alcuna cellula del corpo che sfugga alla psiche. […]
All’origine di ogni sintomo (fisico, organico o funzionale; psichico,
legato a turbe comportamentali, psichiatriche, o a una situazione di fallimento;
sotto forma di malattie genetiche o infettive) c’è un evento che chiamiamo
bio-shock, ossia il trauma. Si tratta di un evento esterno percepito dai
cinque sensi che… gli danno un senso.
Le nostre vite quotidiane sono disseminate di conflitti più o meno grossi,
più o meno drammatici; una disseminazione paragonabile alle stelle di cui
è trapunto il cielo notturno, nel quale esse formano delle costellazioni.
Ma è ovvio che non tutti questi shock, non tutti questi conflitti, si evolvono
necessariamente in una malattia, in quanto, perché questo avvenga, bisogna
che siano rispettate certe condizioni:
• drammaticità e conflittualità: si tratta
di una sorta di turbine che ci ghermisce, che ci mette sotto stress. Il
conflitto ci lavora dentro, a volte inconsciamente, ma incessantemente.
Scoppia prima di quanto si pensi. E non è di tipo psichico: è quando vede
i leoncini cadere nel burrone, che il cuore della leonessa si impenna. Da
quell’istante in poi non ha più pace. C’è dunque un conflitto fra l’interno
e l’esterno, fra ciò che desideriamo, le nostre aspirazioni, i nostri bisogni
da un lato, e ciò che è reale o possibile;
• imprevedibilità: lo shock non è qualcosa
che possiamo prevedere. È una sgradevole sorpresa a cui non siamo preparati,
e viene recepito come un fulmine a ciel sereno. È soggettivo e incontrollabile.
Può essere una semplice parola che risuona dentro di noi come un tuono quando
non v’è l’ombra di un temporale in vista. Si avvia in un istante: non è
che ci ammaliamo lentamente; c’è un “prima” e un “dopo” lo shock. […]
• isolamento: il conflitto è ricoperto da
uno strato di silenzio. Per una ragione o per un’altra, quel sentire che
è collegato allo shock viene vissuto in isolamento. Gli altri sanno talvolta
della situazione, ma ciò che non conoscono è il nostro sentire. […] Conoscono
l’evento, vedono la cosa, ma non conoscono ciò che proviamo. Non siamo stati
ascol- tati, né compresi, né gli altri si sono uniti a noi. È dunque il
nostro sentire, e non l’evento di per sé, che viene vissuto in isolamento.
In terapia, fintanto che parliamo dell’evento senza mai parlare del nostro
sentire, non si guarisce. Un fatto importantissimo dal punto di vista terapeutico
è sapere perché quello shock sia stato vissuto nell’isolamento: perché non
siamo riusciti a parlarne?
In seguito a uno shock, il corpo entra nella prima fase della malattia,
in cui reagisce allo stress. L’obiettivo di questa prima fase è dirigere
la vita verso una soluzione durevole. In certe condizioni, la malattia stessa
può essere portatrice della soluzione. […]
Dal momento dello shock, l’individuo entra in conflitto biologico, in fase
di “conflitto attivo”, in fase di stress, alla quale ne seguiranno altre
due. La malattia è una specie di sistema di attesa di una soluzione soddisfacente,
e il ruolo dello stress sarà di orientare l’individuo verso la ricerca di
tale soluzione. Una volta trovata, ecco che la vita passa immediatamente
in una seconda fase, dove non vi sono più conflitti, niente più problemi,
niente più drammi: la fase di ricostituzione, di riposo, riparazione, durante
la quale la persona può avere sintomi di stanchezza o di infiammazione.
Compare infine la terza fase, quella della soluzione definitiva del conflitto,
del ritorno integrale alla salute.
In ogni conflitto ce ne sono diversi, perché ad ogni vissuto emozionale
si congiungono tanti vissuti emozionali diversi. Non esiste infatti un “sentire”
solo, allo stato puro; c’è sempre o un insieme di cose che vengono “percepite”
oppure un insieme di eventi, che danno luogo a molteplici sentire. […] Il
sintomo, quale che sia, esprime sempre il congiungersi di almeno due “sentire”:
se una persona ha un conflitto di paura e la sua modalità percettiva dominante
è visiva, potrà sviluppare problemi di miopia; se quella paura verrà vissuta
in chiave respiratoria, allora avrà una laringite; se la vivrà in chiave
digestiva, per esempio le verrà il vomito.
Ogni essere umano ha un suo modo peculiare di stare al mondo, che dipende
sia dallo stato dei suoi organi percettivi (dalle capacità degli occhi,
delle orecchie, e così via) sia dalle sue scelte percettive (gli organi
in cui immagazzina l’informazione: la percezione esterna precede la percezione
interna, e i filtri di entrambe si assommano). […]
Occorre allora fare attenzione al modo particolare in cui ciascun individuo
manifesta la sua “proiezione privata” del mondo. […]
L’apparato interessato
Il primo fattore di convergenza, l’apparato in cui si imprime il dramma,
sarà anche il primo parametro della nostra osservazione clinica. La persona
si presenta infatti al terapeuta un problema respiratorio, cardiaco, cerebrale,
e così via.
Il tessuto interessato
Il secondo fattore, la sotto-nota conflittuale, costituisce il secondo parametro
di osservazione: si tratta del tessuto, ossia della parte dell’organo che
è ammalata. In ogni apparato si trovano muscoli, ghiandole, nervi, vasi
sanguigni, vai linfatici, mucose, tessuto connettivo e così via, e la patologia
dell’intestino esprimerà diversi sentire conflittuali se si tratterà di
blocco intestinale, tumore della mucosa intestinale, incapacità di assorbire
il nutrimento e così via.
Il più e il meno: cancellare o aggiungere
Interviene allora un terzo parametro: si può vivere il proprio dramma conflittuale
come un “eccesso di negativo” (un’aggressione) o come una “mancanza di positivo”
(separazione). Nel primo caso, la nostra soluzione sarà di cancellare qualcosa,
mentre nel secondo la nostra reazione sarà di aggiungere qualcosa. Ogni
cellula corporea ha questa duplice possibilità: sentirsi separata, oppure
aggredita. Esempio
Come si esprime il dramma?
Questo è il quarto parametro. Ogni dramma, o conflitto, può esprimersi su
differenti piani della realtà: psichico, cerebrale, fisico, comportamentale,
professionale…una persona che vive un conflitto di separazione, ad esempio,
potrà esprimerlo…
L’espressione del conflitto avrà luogo nell’ambito permesso e reso possibile
dal contesto socio-familiare, in funzione dell’educazione, della cultura
e delle credenze personali.
Quale parte del cervello è interessata?
Noi siamo la somma dei quattro stadi embrionali presenti nella costituzione
degli organi e delle quattro famiglie dei nostri “vissuti emozionali”, ciascuna
delle quali dotata di una sua specificità.
Il sentire conflittuale è biologico, coincide esattamente con il corpo.
E’ per questa ragione che bisogna osservare un sintomo in tutti i suoi più
minuscoli dettagli, così da dedurne con precisione il sentire causale.
Il nostro procedimento di ricerca potrebbe dunque essere questo:
• Quale apparato è interessato dal sintomo?
• Quale organo, quale tessuto?
• Si tratta di cancellazione o di aggiunta?
• Quale forma espressiva assume il conflitto?
• Quale stadio biologico?
Per esempio:
- apparato digerente = devo accettare il mondo esterno;
- mucosa dello stomaco = il contatto;
- ulcera = perdita di cellule, quindi esperienza di aggressività;
- quarto stadio = livello sociale; corpo fisico.
In conclusione, in questo caso il vissuto emozionale potrebbe essere: mi
sento aggredito nel mondo delle mie relazioni sociali da un contatto imposto,
e sono costretto ad accettare il mondo esterno.
(I contenuti di questa pagina sono tratti da "Ho un corpo per guarirmi"
di Christian Flèche, con l’autorizzazione della
Casa Editrice
Amrita)
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