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Vi proponiamo la lettura di un articolo sicuramente interessante
pubblicato, altresì, nella rivista "Il Discepolo". L'autore è Massimo Rodolfi.
Negli ultimi decenni si è verificato un incremento esponenziale di interesse,
particolarmente in Occidente, nei confronti di tematiche che potremmo definire,
in qualche modo, spirituali. Quando nel 1978 iniziai la pratica della meditazione
trascendentale la cosa mi dava un'impressione particolarmente esotica, facendomi
sentire un po' come Milarepa nella sua caverna sull'Himalaya, mentre nelle
persone, tra molte virgolette, normali, con le quali parlavo di questa mia
esperienza, si verificavano reazioni comprese tra i 400 e i 700 nanometri,
ossia che abbracciavano praticamente tutto lo spettro delle frequenze visibili
ad occhio nudo. Ma allora non è che si facesse un gran parlare di meditazione
e di cose associate. Se poi consideriamo che, come nel mio caso, non di
rado queste ostiche pratiche si combinavano con abitudini alimentari che
includevano nella dieta le alghe Iziki coi fagioli Azuki, possiamo anche
comprendere il perché della scarsa popolarità dell'argomento, in particolare
in una regione come l'Emilia, patria del tortellino, nella quale io risiedo.
Bisogna dire che da allora ne è passata di acqua sotto i ponti, così come
io sono passato ad una alimentazione sicuramente più gustosa. In ogni caso
certi argomenti, come la meditazione, sono entrati molto di più nel senso
comune, di quanto non fosse trent'anni fa.
Nel frattempo c'è stata la New Age, che, secondo me, ne ha fatte più di
Carlo in Francia, nel bene o nel male. Da una parte essa è stata la rappresentazione
di un grande bisogno di un lembo importante di umanità, che ha contribuito
a diffondere una conoscenza, complessivamente positiva e di aiuto per coloro
che vogliono provare a vivere in maniera più consapevole e costruttiva.
D'altro canto, il suo essere anche mercato ha prodotto una semplificazione,
quando non una volgarizzazione, spesso imbarazzante, di cose aventi diritto
a ben altra dignità. In questo contesto è cresciuto il rapporto con la meditazione
di un gran numero di persone. In un primo periodo vi è stata una sorta di
colonizzazione di ritorno, grazie alla quale qualunque cosa venisse dall'Oriente,
avesse un turbante in testa e indossasse una lunga tunica bianca o arancione,
era sinonimo di garanzia di veridicità e saggezza. Abbiamo poi imparato
che quelli che dalle mie parti chiamiamo cioccapiatti o cioccolatai esistono
anche nel misterioso Oriente e che, in fatto di truffe, non hanno un granché
da insegnare a noi italiani. Per fortuna, nel vasto panorama che abbiamo
osservato negli ultimi decenni, si sono stagliate anche realtà importanti,
che hanno avuto il grande pregio di metterci in contatto con antiche e serie
tradizioni, come quella induista, buddhista, nella versione mahayana, hinayana
e zen etc. Poi abbiamo capito che anche in Occidente avevamo avuto una storia
e sono state riscoperte tradizioni arcaiche, come quella dell'antico Egitto,
quella cabalistica o quella alchemica. Qualcuno ha anche capito che con
la critica al cristianesimo come sistema di potere si era buttato il bambino
assieme all'acqua sporca, per cui si è riscoperto anche il valore di una
tradizione millenaria, di preghiera, meditazione e ascesi, sperimentata
da migliaia di persone nel corso di duemila anni.
Si può dire che, anche dal punto di vista della pratica della meditazione,
in questi ultimi decenni ne abbiamo viste veramente di tutti i colori, dalle
cose più assurde a quelle più affidabili ed efficaci. Lasciando stare le
cose veramente poco serie, le idee che in Occidente sono andate per la maggiore,
rispetto alla meditazione, non sono poi tantissime. Al primo posto metterei
l'idea molto diffusa che meditare significhi fare il vuoto mentale. Avete
mai provato? Scoprirete che di sicuro non è un buon punto di partenza. Io
ho visto schiere di persone, con la fronte aggrottatissima e imperlata di
sudore, concentrati nello sforzo supremo di fare il vuoto mentale, abbandonare
poi la pratica, frustratissime, perché incapaci di ottenere qualsiasi risultato
al riguardo. Devo premettere che in trent'anni di esperienza di meditazione,
durante i quali ho avuto modo di sperimentare lo sperimentabile, mi sono
fatto alcune idee precise al riguardo. Intanto, che si potrebbe risparmiare
moltissimo in libri comprando solamente gli Yogasutra di Patanjali, l'unico
testo che salverei in caso di catastrofe planetaria, perché descrive in
modo assolutamente tecnico tutto ciò che serve all'uomo per giungere all'illuminazione,
al quale, eventualmente, potremmo aggiungere Lettere sulla Meditazione Occulta
di Alice Ann Bailey. Gli Yogasutra cominciano con questa frase: “yoga citta
vritti nirodha”, che significa: “lo yoga consiste nell'arresto delle funzioni
mentali”. Da cui tutti hanno capito che per realizzare lo yoga, ossia la
condizione di perfetta integrità della coscienza, bisogna fare il vuoto
mentale, o diventare deficienti. Capito niente. Intanto sarà improbabile
che qualcuno riesca ad ottenere questa condizione (quella del vuoto, non
quella della deficienza...), visto che casomai potrebbe essere vista come
il conseguimento finale dello sviluppo di una coscienza che avviene in tempi
lunghissimi ed incarnazioni su incarnazioni. Ma non è nemmeno questo il
problema, visto che Patanjali in realtà ci esorta a non essere schiavi delle
impressioni emotive e mentali, piuttosto che a risucchiare tutta l'aria
contenuta nella scatola cranica. La nostra percezione, anche durante l'ascesi,
sarà sempre attiva, quindi i nostri sensi, compresa la mente, diverranno
casomai sempre più sensibili e ricettivi, che è il contrario di una poco
auspicabile condizione di vuoto mentale, o peggio ancora di passività. La
questione è un po' più complessa e riguarda più verosimilmente la nostra
capacità complessiva di essere sempre meno agitati da quelli che Patanjali
chiama citta vritti, ossia le perturbazioni della sostanza mentale. Non
è che i nostri legami col mondo, i nostri desideri e i nostri pensieri,
che sono sempre attivi, non devono essere sentiti, quanto piuttosto non
devono produrre in noi delle risposte condizionate ed automatiche. Così
come il distacco, parola che suscita il terrore negli apprendisti praticanti
di raja yoga, non significa che progressivamente debbano cadere in terra
i pezzi del mio corpo fisico, o che devo per forza vivere in una caverna
non riscaldata, priva di televisione e senza il conforto nemmeno di un piccione,
quanto piuttosto che l'attività della mia coscienza non deve essere subordinata
a pulsioni di varia natura, ma deve essere il prodotto della mia capacità
di scegliere la linea della mia condotta. Questa potrebbe chiamarsi libertà,
nello specifico dagli attaccamenti.
La meditazione è una attività della mente, che Patanjali descrive negli
ultimi tre degli otto passi che definiscono il raja yoga. Con dharana, la
concentrazione, si porta l'attenzione sull'oggetto della nostra meditazione,
con dhyana, la meditazione vera e propria, si passa dalla conoscenza formale
a quella qualitativa, ossia si iniziano a penetrare gli aspetti non materiali,
dovremmo dire energetici, della vita. Con samadhi, il terzo passo, l'unione
o estasi, la conoscenza trascende la mente, diviene yoga, ossia unione diretta
con gli aspetti profondi, essenziali, causali, in Occidente diremmo spirituali,
dell'esistenza. Dovrebbero riflettere su questo coloro che propugnano la
meditazione come pratica del vuoto mentale. Invece, un'altra grande categoria
di sedicenti meditanti che mi è capitato di incontrare spesso nel mio percorso,
dovrebbe “meditare” sul perché negli Yogasutra questi ultimi tre passi sono
chiamati samyama, ossia la disciplina. Sono quelli che “meditano a modo
loro...” !? Ma cosa vuole dire? Ma chi sei l'uomo del mistero? Ti sei fatto
una pera e non te lo ricordi? Di solito, ho avuto modo di verificarlo ampiamente,
queste sono persone fatte proprio a modo loro, ossia se la cantano e se
la suonano come gli pare. E danno proprio l'impressione di credere alle
balle che si raccontano. Non hanno molta disponibilità a nessun tipo di
disciplina, perché sono parecchiotto presuntuosi (bisognerebbe capire invece
che non è una cosa facile riorientare la mente), e intendono scambiare per
meditazione, cosa di cui non sanno niente, il pensare a quello che gli pare
quando gli pare. Patanjali avrebbe qualcosa da dire... Swami Vivekananda
poi affermava che concentrazione significa mantenere ininterrottamente l'attenzione
sull'oggetto della meditazione per dodici secondi (provate, non è poco),
mentre meditazione significa portare la concentrazione ad almeno dodici
volte dodici secondi (che è molto di più...). Riuscire a controllare i flussi
della propria mente fino a farli divenire un potente e penetrante mezzo
di conoscenza della vita in tutti i suoi aspetti è possibile, così come
è possibile che la mente divenga utile strumento di manifestazione delle
realtà più elevate della nostra coscienza; possiamo però immaginare che
ci voglia qualcosa di più del meditare a modo mio per riuscire ad indirizzare
in modo coerente un mondo mentale che, per tempi lunghissimi, è stato abituato
a funzionare in maniera automatica e subordinata a qualsiasi pulsione che
si affacciasse alla sua superficie. Per conseguire questa libertà da se
stessi sono necessarie alcune cose come una grande disponibilità al cambiamento,
una forte volontà, una robusta disciplina e la guida di qualcuno che sappia
quello che fa, non perché lo ha letto, ma perché lo ha sperimentato. Servono
mezzi certi per traghettare la coscienza dall'irreale al reale, bisogna
conoscere la tecnologia della trasformazione, poi applicarla con risolutezza,
ed uno degli ostacoli più significativi in questa direzione è l'orgoglio
che ti fa fare a modo tuo: ma con la vita c'è poco da barare, i risultati
si vedono in pratica e avrete modo di sperimentare che c'è solo un modo,
fatto sicuramente di infinite sfumature, ma unico, di realizzare i frutti
dell'albero della vita. Questo non perché lo dico io, ma perché la natura,
anche quella umana, ha le sue leggi che ci obbligano, necessariamente e
fortunatamente, a compiere, passo dopo passo, quel sentiero incomparabile
che ci porta dalla nostra bruta materialità fino alla percezione delle coscienze
celesti.
Tornando a noi, molto diffusa è stata poi anche la categoria di meditanti
che io definisco delle paperelle nel laghetto, legata al mondo dei rilassamenti
e delle visualizzazioni più o meno creative. Sintetizzando ampiamente la
formula della “meditazione” succitata, essa recita più o meno così: “stiamo
camminando su un sentiero erboso a piedi nudi, mentre il sole ci scalda
la faccia, giungiamo a un bellissimo laghetto, calmo e trasparente, sulle
cui acque starnazzano tante belle paperelle. Siamo calmi e rilassati e non
ce ne po' fregà de meno, tanto che ci immergiamo nelle chiare e dolci acque,
dalle quali scacciamo le papere (così liberiamo anche la nostra aggressività...),
fischiettando un rilassante motivetto della tradizione celtica...”. C'è
da dire che chi è senza paperella scagli la prima piuma, però c'è anche
da dire che questa pur rilassante pratica, che è meglio del Prozac, sta
alla meditazione come accendere un cero in chiesa sta a farsi crocifiggere
sul Golgota assieme a Gesù Cristo. Di sicuro non sono pratiche dannose,
procureranno anche benessere e rilassamento, ma io toglierei tutta quell'enfasi
nel rispondere alla domanda “hai già fatto tecniche di meditazione?” con
“certamente, tutti i mercoledì andavo a meditare sulle paperelle nel laghetto!”.
Poi ci sono quelli che, più creativi ancora, visualizzano i risultati di
ciò che vogliono ottenere. Benissimo, non c'è problema. Effettivamente il
genere umano non si rende conto del grande potere creativo della mente e
di come ogni cosa a cui assistiamo sul piano fisico sia in realtà la precipitazione
di un archetipo che esiste in primo luogo su piani più elevati. Per cui
è assolutamente vero che si può ottenere, o realizzare qualsiasi cosa, a
partire dal pensiero di quella cosa. Nasce però un piccolo problema: avrete
sentito dire che si dice in giro che esiste il karma, cosa che in Occidente
chiamiamo legge di causa-effetto. Fosse mai vero, allora ci tornerebbe esattamente
quello che produciamo, con la stessa qualità e quantità. Siamo sicuri che
nel perseguire i nostri desideri siamo liberi da qualsiasi forma di avidità,
ignoranza e distruttività? Se si, allora puoi anche visualizzare l'ultimo
modello di Ferrari parcheggiato nel tuo garage, altrimenti è meglio che
stai col Pandino...
Una volta ho letto un libro che a un certo punto diceva: “cercate per prima
cosa il Regno dei Cieli e ogni altra cosa vi sarà data in più”. Personalmente
ho impiegato un po' di tempo per rendermi conto della veridicità di questa
affermazione, ma poi ho imparato a fidarmi e preferisco impegnare la mia
mente a riconoscere le sottili trappole della coscienza che vorrebbero mantenermi
legato a pratiche di vita limitate e distruttive. E anche a cercare di produrre
pensieri, parole ed azioni che abbiano il segno della gioiosa creatività
e della possibile innocuità. Ogni altra cosa mi viene data in più.
Quindi, gente, tanto per cominciare a capire cos'è veramente la meditazione,
andatevi a leggere Patanjali e quando avete finito rileggetelo venti o trenta
volte, perché vedrete che non è una lettura facile. Anche il Vangelo aiuta,
specie là dove dice ama il prossimo tuo come te stesso. Cosa c'entra con
la meditazione? C'entra, c'entra...ve lo spiego la prossima volta.
Massimo Rodolfi
- Leggi la:
seconda parte -
terza parte -
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