La Meditazione è la pratica sperimentale del silenzio interiore, che
produce relax fisico, caduta delle tensioni mentali, abbandono fiducioso
alla realtà che ci circonda. É un modo per star bene con sé stessi, conoscere
gli altri ed essere felici. La Meditazione non è propriamente una “terapia”,
ma un Processo di Liberazione Interiore (IFP® - Inside Freedom Process),
finalizzato alla auto-guarigione individuale, alla piena autonomia e gestione
esistenziale, alla felicità interpersonale e sociale.
Le Scienze della Meditazione, il cui appellativo è anche quello di Psicologia
Olistica o Psycholistica®, rappresentano l’insieme dei princìpi, dei metodi
e delle tecniche che favoriscono il “Benessere” (Wellness) in ambito individuale,
interpersonale, professionale, comunitario ed aziendale. Le Scienze della
Meditazione intese come Psicologia ad indirizzo olistico, sono formate dalle
seguenti discipline salutiste: 1) Discipline finalizzate al Benessere/Wellness
della Persona: Pratica della Meditazione (Zen meditation training), Colloquio
individuale (Counseling); 2) Discipline specificamente professionali e d’Impresa,
per il Benessere/Wellness dell’Azienda: Addestramento mentale all’azione
professionale (Coaching), Armonia dei rapporti tra le persone e i gruppi
(Reorganization), Arte del comando (Art of leadership); 3) Discipline di
formazione sportiva e marziale: Addestramento mentale all’azione e al gesto
atletico (Zen & Art of Sword training), Pratica della Meditazione in movimento
(Nippon Tai Chi – Kin Hin – Zen Street).
Lo Zen meditation training, quale settore príncipe delle Scienze della
Meditazione, non vanta origini strettamente psicologiche, psicoanalitiche
o psicosomatiche, ma é una disciplina pneumo-energetica, perché affonda
le sue radici nella tradizione dello Zen, pur differenziandosi da esso per
il suo finedi auto-guarigione e di eccellenza delle performances neuro psichiche
e neurofisiologiche. Con il termine pneuma-spirito, viene qui inteso il
nucleo fondamentale, l’origine, la fonte, l’essenza cosciente e consapevole
della persona e della individualità umana. Chiamato correntemente con l’appellativo
spirito, o coi termini scientifici di pneuma, coscienza personale o energia
vitale, lo spirito viene oggi considerato dalle più attuali concezioni olistiche
accademico-scientifiche, quale parte costitutiva della stessa natura umana
in concomitanza e in stretta correlazione con la sfera somatica e con quella
psichica. Lo Zen meditation training, é disciplina psicolistica, perché
intende curare l'uomo nella globalità della sua struttura corpo-mente-spirito,
una struttura umana studiata come società interiore, microsocietà o società
monocellulare. Lo Zen meditation training é disciplina psicolistica, perché
attraverso una nuova presa di coscienza dei propri ritmi neuro-bioenergetici
(encefalico, cardiaco, respiratorio), arriva ad ottimizzarli e a stabilizzarli
attraverso trattamenti operati appunto nella triplice dimensione corpo-mente-spirito,
in cui si manifesta e si viene esplicando la natura umana.
“La respirazione Zen non è paragonabile a quella Yoga, che tende a raggiungere
effetti psicofisici superiori. Secondo lo Zen, una respirazione corretta,
dal ritmo lento, possente, naturale, rende possibile vivere a lungo in buona
salute e in uno stato di equilibrio spirituale, mentre una respirazione
erronea determina debolezza, malattia, instabilità spirituale e persino
la morte. Corpo e mente sono così profondamente uniti che l’influsso della
respirazione sulla mente stessa è sorprendente. Una respirazione profonda,
lenta, calma, possente spazza via le complicazioni mentali e la mente diviene
pura, chiara, luminosa e dolce; spegne le attività della mente e ci permette
di accedere allo stato di vuoto mentale. La respirazione autenticamente
Zen deve essere: naturale, mai forzata, mai artefatta, sempre la stessa,
sia seduti o camminando sia in ogni altra attività quotidiana; l’inspirazione
è viva, intensa; l’espirazione è lenta, profonda, possente; l’aria viene
espulsa lentamente, mentre la forza della espirazione discende potentemente
sino al ventre. In condizioni normali, un essere umano respira circa 18
volte, ma se si impegna in attività faticose il ritmo aumenta. Chi pratica
lo Zen arriva gradatamente a respirare solo 3-5 volte al minuto. Uno dei
modi per ridurre il numero dei respiri è quello di prolungare la durata
dell’espirazione: lo Zen insegna che si dovrebbe espirare così dolcemente
che il flusso dell’aria non muoverebbe una piuma sotto la punta del naso.
Espirare lentamente attraverso il naso e inspirare rapidamente attraverso
il naso. Questo metodo di respirazione coinvolge sia i muscoli addominali
sia quelli toracici. Passiamo ora ad esaminare la fisiologia della respirazione,
cercando di capire perché una respirazione lenta sia più efficace. Come
è ovvio, la respirazione si divide in 2 fasi, ciascuna delle quali svolge
una funzione particolare. L’inspirazione porta un nuovo rifornimento di
ossigeno ai polmoni. L’espirazione espelle dall’organismo l’anidride carbonica
proveniente dal sangue e immagazzinata nei polmoni al momento dell’espulsione.
A differenza dell’attività del cuore e di altri organi interni, la respirazione
è in parte soggetta al controllo cosciente. Il controllo della respirazione,
tuttavia, non è del tutto cosciente: quando si trattiene il respiro per
un tempo pericolosamente lungo, essa riprende automaticamente. Nel sonno
poi la respirazione è completamente automatica. Anche durante gran parte
del tempo in cui siamo svegli, respiriamo senza esserne coscienti. La frequenza
di respirazione varia automaticamente in funzione delle necessità dell’organismo.
Il SNA regola questa funzione. Quando una persona si impegna in qualche
attività improvvisa o violenta, che richiede un consumo energetico elevato,
il ritmo della respirazione aumenta. Non sappiamo esattamente quante volte
al minuto un essere umano debba respirare: ma è certo che i 18 respiri al
minuto tipici della media delle persone in uno stato rilassato non sono
indispensabili per la vita e l’idea che una respirazione rapida fornisca
all’organismo una maggiore quantità di ossigeno è sicuramente errata. In
realtà, superficiale com’è, la respirazione veloce non riesce a portare
tutto l’ossigeno necessario ai polmoni, ma lo spreca nei bronchi; poi siccome
non elimina tutta l’anidride carbonica fa diminuire lo spazio disponibile
nei polmoni per raccogliere un rifornimento di ossigeno fresco. Se invece
si espira lentamente e completamente, in modo che nei polmoni non resti
CO2, si instaura una differenza di pressione e l’aria ricca di O2 fluisce
naturalmente a riempire i polmoni ora vuoti. Il controllo della respirazione
è la prima cosa che viene insegnata ai monaci Zen. Quando la posizione del
corpo è giusta e la respirazione è controllata, la mente entra in quello
stato di calma in cui è possibile la meditazione profonda. Gli esperimenti
condotti registrando le onde cerebrali di monaci Zen in meditazione lo dimostrano.
Le onde cerebrali sono l’unico indicatore che possediamo delle condizioni
del cervello. Quando il cervello è in uno stato di tranquillità rilassata,
emette onde alfa. Quando invece si trova in uno stato di tensione emette
onde beta o un altro tipo di onde, ancora più intense, le onde gamma. In
tutti gli stati di calma e riposo completo – fatta eccezione per gli stati
di incoscienza causati da attacchi di epilessia – il cervello emette onde
theta o delta. In breve, quando una persona è arrabbiata, irritata o turbata,
il suo cervello emette onde beta; quando la sua irritazione raggiunge un’intensità
conflittuale, il suo cervello comincia a emettere onde gamma. In periodi
di tensione prolungata, predominano le onde beta, e non compare quasi nessuna
onda alfa. L’analisi scientifica-sperimentale della respirazione zen, non
può che confermare la sua esistenza come sistema capace di far raggiungere
alla mente uno stato libero da ogni tensione e turbamento, perché dà luogo
a un’emissione consistente di onde alfa. Che questo sistema di controllo
della respirazione abbia effetti salutari sia sul corpo che sulla mente
è dimostrato dall’uso che ne viene fatto nel moderno trattamento dei malati
di mente in Giappone e nel mondo nordamericano”.
(1) [Stralci da T. Hirai: Meditazione Zen come terapia - RED 1995]
“La meditazione allena la capacità di attenzione, mette al riparo da
altri modi di rilassamento, la maggior parte dei quali fanno vagare la mente
come vuole. L’affinamento dell’attenzione dura al di là della sessione di
meditazione stessa: si mostra in una varietà di modi nel resto della giornata
del meditatore. Si è scoperto che la meditazione, per esempio, aumenta la
capacità di raccogliere sottili segnali percettivi nell’ambiente, e di prestare
attenzione a ciò che succede piuttosto che lasciare la mente vagare altrove.
Ciò significa che nella conversazione con un’altra persona, il meditatore
sarà più empatico, poiché egli può prestare un’attenzione più intensa a
ciò che l’altra persona sta facendo e dicendo, e può raccogliere meglio
i messaggi nascosti che l’altro sta inviando. Alcuni ricercatori di Harvard
– Gary Schwartz, Richard Davidson e Richard Margolin – confrontarono le
persone addestrate nella Meditazione Trascendentale (MT) con un gruppo addestrato
nelle tecniche che si rifanno a Gurdjieff. Il gruppo di Harvard testò i
meditatori MT e di Gurdjieff uno a uno. Essi ne osservarono i tracciati
di onde cerebrali mentre il meditatore si concentrava sulla sensazione della
sua mano destra, e poi sull’immagine di qualcuno seduto su una sedia di
laboratorio. Gli psicologi registrarono segnali da parte del cervello che
controlla la visione e dalla parte che controlla il movimento muscolare.
I risultati della ricerca mostrano che una tecnica di meditazione è quasi
altrettanto buona di un’altra per migliorare il nostro modo di governare
lo stress. I meditatori vi diventano più rilassati quanto più vi si dedicano.
Allo stesso tempo, diventano più attenti, cosa che altri modi di rilassarsi
mancano di procurare perché non esercitano la capacità di prestare attenzione.
I cambiamenti di stato durante la meditazione sono stati un importante fulcro
di ricerca. La letteratura classica dice a chiare lettere che lo stato prodotto
dalla meditazione dipende dagli elementi specifici della tecnica di attenzione
utilizzata. Le tecniche di concentrazione, per esempio, produrrebbero un
restringimento della consapevolezza, raggiungendo alla sua massima focalizzazione
uno stato alterato in cui il meditatore si dimentica di tutti gli stimoli
esterni. Le tecniche di consapevolezza produrrebbero uno stato di consapevolezza
crescente agli stimoli, senza alcuna assuefazione della risposta orientante”.
(2) [Stralci da: D. Goleman: La forza della meditazione - RIZZOLI 1997]
“La Psicologia del Buddhismo sostiene che la meditazione possa produrre
alcuni cambiamenti notevoli nella personalità. Recenti studi empirici sulla
personalità dei meditatori insistono sull’importante cambiamento previsto
di una diminuzione del negativo e di un aumento del positivo degli stati
psicologici. Per esempio, i meditatori, raffrontati ai non meditatori, si
sono rivelati significativamente meno ansiosi (Ferguson-Gowan 1976; Goleman-Schwartz
1976; Nidich e coll. 1973), registrano minori disordini psicosomatici, più
stati d’animo positivi, e sono meno nevrotici sulla scala di Eysenck (Schwartz
1973). I meditatori mostrano inoltre una indipendenza crescente dai segnali
situazionali, vale a dire che possiedono una zona interiore di controllo
(Pelletier 1974); sono più spontanei, hanno una maggiore capacità di manifestare
contatto, si accettano di più, e hanno una più alta considerazione di sé
(Seeman e coll. 1972); sono più abili a entrare in sintonia con un’altra
persona (Lesh 1970; Leung 1973), e mostrano meno paura della morte (Garfield
1974). Benché questi studi non fossero specificamente destinati a confermare
le formulazioni della Psicologia del Buddhismo relativamente all’impatto
della meditazione sulla personalità, le loro scoperte tendono a confermare
la sua premessa principale: che la meditazione riduce gli stati negativi
mentre aumenta quelli positivi. Nel 1984 l’Istituto Nazionale della Salute
statunitense (NIH) rilasciò un rapporto unanime che raccomandava la meditazione
(assieme alle restrizioni di sale e dietetiche), piuttosto che la prescrizione
di farmaci, come primo trattamento per l’ipertensione leggera. Questo riconoscimento
ufficiale fece da catalizzatore per la diffusione della meditazione e di
altre tecniche di rilassamento come trattamenti in medicina e in psicoterapia.
Meditazione e rilassamento non sono la stessa identica cosa; la meditazione
è, nell’essenza lo sforzo di riaddestrare l’attenzione: da qui derivano
i suoi peculiari effetti cognitivi, come aumentare la concentrazione e l’empatia
del meditatore. L’uso più comune della meditazione, tuttavia, è una tecnica
di rilassamento facile e rapida. Benché le radici orientali della meditazioni
siano asiatiche, divenne evidente ai ricercatori che, in termini di effetti
metabolici, la meditazione aveva molti punti in comune con le nostre tecniche
di rilassamento come il rilassamento progressivo di Edmund Jacobsen, il
biofeedback della tensione muscolare, il training autogeno di importazione
europea. La meditazione però differiva dalle altre tecniche di rilassamento
nella sua componente di attenzione, come sottolineò Herbert Benson nel suo
bestseller La risposta rilassante, ma gran parte della sua qualità terapeutica
risiedeva nella capacità di portare il meditatore a uno stato di profondo
rilassamento. Con l’avanzare della ricerca sulle tecniche di rilassamento
per il controllo dei disordini da stress, le prove della loro efficacia
sono diventate più evidenti. I cambiamenti neuroendocrini causati dal rilassamento
profondo si sono rivelati essere più profondi di quanto fosse stato creduto
in precedenza dai primi ricercatori, che osservarono le tecniche di rilassamento
soprattutto in termini di sollievo dalla tensione muscolare e dalla preoccupazione
mentale. Ricerche biologiche più sofisticate hanno rivelato effetti profondi
sulla funzione immunitaria, così come una vasta gamma di altri cambiamenti
con specifiche applicazioni cliniche. Per esempio, Janice Kiecolt-Glaser
(1984, 1985) scoprì che gli anziani residenti di una casa di riposo che
usavano un esercizio di rilassamento mostravano un aumento significativo
delle loro difese immunitarie contro tumori e virus. Gli studenti di medicina
che usarono queste tecniche durante lo stress degli esami mostrarono livelli
superiori di anticorpi del tipo T-helper contro le malattie infettive. Forse
il primo e più intenso interesse medico per il rilassamento è stato il suo
contributo per combattere le malattie cardiache. I ricercatori che lavoravano
con il Dr. Benson riferirono che la meditazione diminuiva la risposta del
corpo alla norepinefrina, un ormone rilasciato in reazione allo stress.
Benché la norepinefrina ordinariamente stimoli il sistema cardiovascolare,
aumentando la pressione sanguigna, non aveva il suo effetto usuale nei meditatori;
al contrario, i meditatori mostravano una diminuzione della pressione sanguigna,
lo stesso effetto che si ottiene con i betabloccanti. L’uso clinico del
rilassamento per controllare l’alta pressione sanguigna, specialmente nei
casi leggeri, è divenuto un trattamento molto diffuso, come riflette il
rapporto del NIH; se praticato fedelmente, in molti casi può sostituire
il trattamento farmacologico, o diminuire la dipendenza da farmaci. In uno
studio inglese, nei pazienti allenati in questi metodi è stata riscontrata
una pressione sanguigna più bassa ancora quattro anni dopo che l’allenamento
era terminato (Patel e coll. 1985). I benefici per i pazienti affetti da
malattie cardiache vanno molto al di là del controllo della pressione sanguigna:
si è trovato che il rilassamento aiuta ad alleviare la sofferenza da angina
e aritmia e ad abbassare i livelli di colesterolo nel sangue. Dean Ornish
(1983) ha dimostrato che l’esercizio di rilassamento accresce il flusso
del sangue al cuore, diminuendo il pericolo di ischemia asintomatica. Anche
i diabetici possono trarre beneficio dal rilassamento. Richard Surwit (1983)
scoprì che il training di rilassamento migliorava la regolazione del glucosio
in pazienti con diabete in età adulta. Usando il rilassamento progressivo
di Jacobsen con gli asmatici, Paul Lehler (1986) trovò che la sua pratica
diminuiva le reazioni emotive che spesso precedevano gli attacchi, e migliorava
il flusso nelle vie respiratorie ristrette. Per i pazienti sofferenti, alcune
forme di rilassamento offrono speranze particolari. Jon Kabat-Zinn (1985)
trovò che la meditazione della consapevolezza, accoppiata allo Yoga, abbassava
la dipendenza dagli antidolorifici e diminuiva il livello di dolore nei
sofferenti cronici. Le cause del dolore variavano dal mal di schiena e dal
mal di testa (emicrania e tensione) ai diversi casi visti nelle cliniche
del dolore. Quattro anni dopo che il training era finito, i benefici permanevano
ancora. Le tecniche di rilassamento di tutti i generi sono state usate da
medici su pazienti di diverse patologie, particolarmente quando lo stress
gioca un ruolo fondamentale o aggrava il problema – e ci sono pochi casi
in cui non lo faccia. Alcune delle applicazioni più promettenti vengono
individuate negli effetti collaterali della dialisi renale e della chemioterapia
del cancro, dei disordini gastrointestinali, dell’insonnia, dell’enfisema
e delle malattie della pelle. Il rilassamento è anche ampiamente usato come
terapia aggiuntiva nella psicoterapia, dove è stato accolto con favore molto
prima della medicina”.
(3) [Stralci da: D. Goleman: La forza della meditazione - RIZZOLI 1997]
Dr. Renato Y. Manusardi