Una volta Tony ci raccontò di aver partecipato a un ritiro buddhista.
Il suo guru passava fino a dieci ore di seguito con il suo gruppo, concentrandosi
solo sulla respirazione, sul flusso di aria che entrava e usciva dalle narici
dei partecipanti. A questi veniva chiesto di notare il volume di aria che
entrava e usciva dal loro corpo, del calore o della freschezza, dell'asprezza
o della dolcezza di ogni respiro, della sua superficialità o profondità.
Nel corso dell'esercizio, molti partecipanti facevano osservazioni sulla
noia o sulla difficoltà che provavano, e mettevano anche in discussione
la validità dell'esercizio.
Ma Tony ci chiedeva di insistere, dicendo che anche lui aveva scoperto per
esperienza che più tempo si dedicava a questo esercizio, più se ne scopriva
il valore. Egli spiegava che attraverso quest'esperienza «in un certo senso
si tornava a casa, dentro se stessi». Era come se si fosse preso un barattolo
pieno di acqua torbida in cui nuotavano minuscoli pesci invisibili; e poi,
una volta che si fosse dato il tempo all'acqua di calmarsi e placarsi, essa
fosse diventata limpida, permettendo all'improvviso di scorgere la vita
che conteneva.
Questo tipo di limpidezza o di silenzio dentro di noi può spaventare, ma
permette a ciò che è veramente importante dentro di noi di venire a galla.
In questo spazio silenzioso, acquisiamo la consapevolezza di importanti
aspetti, consci o subconsci, della nostra vita, e possiamo vivere un'esperienza
«Eureka!» di chiarezza su noi stessi. In un certo senso, ci concediamo il
permesso di riconsiderare gli ultimi mesi trascorsi scoprendo così quali
esperienze abbiano un vero valore per noi e dove ci sia stato un autentico
risultato.
Per farci capire fino in fondo come si dovesse fare tutto questo, Tony ci
raccontò di un generale dell'esercito giapponese che era stato gettato in
prigione. Naturalmente, egli era terrorizzato e si preoccupava costantemente
di cosa avrebbero potuto fargli i suoi nemici. Era talmente in ansia che
la notte non riusciva a chiudere occhio.
Tuttavia, nel bel mezzo del suo terrore gli tornarono all'improvviso alla
mente le parole del suo maestro Zen: «Il domani non è reale. L'unica realtà
è il presente». Quando il generale giapponese si concesse il permesso di
credere a quest'affermazione, recuperò immediatamente la capacità di dormire.
Il futuro aveva mollato la presa su di lui. Ridivenne una persona perfettamente
in grado di «essere» soltanto nel presente.
Molti di noi trascorrono gran parte del proprio tempo a rimpiangere ciò
che ci è accaduto fino a questo momento, o a preoccuparsi inutilmente delle
potenziali catastrofi che potrebbero coglierci in futuro: tutte cose su
cui abbiamo un controllo limitato o addirittura nullo.
(di Richard Rohr)