Sedersi in silenzio. Essere il mondo. La seduta silenziosa (di meditazione
- ndr) ci permette di uscire dall'immobilismo che trova espressione nell'azione
priva di coscienza. Nel tantra c'è una grande libertà riguardo alla postura.
Molte terrecotte e le sculture più antiche della valle dell'Indo rappresentano
yogin o yogini seduti con le ginocchia alzate vicino al petto e gli avambracci
posati sulle ginocchia, altre mostrano la classica posizione del loto o
del mezzo loto.
La seduta è il laboratorio della tranquillità. Poco alla volta le concrezioni
intime si ammorbidiscono, la respirazione addominale profonda e silenziosa
si radica e di tanto in tanto perdiamo l'illusione della separazione. In
questo modo reintegriamo il tutto in una dissoluzione momentanea di quella
staticità che costituisce la base dell'ego. Questa esperienza è il samadhi,
l'apertura di una sfera priva di centro, all'interno della quale il mondo
scorre, si manifesta e si riassorbe con creatività spontanea. Definirla
esperienza è eccessivo, perché in quel momento non c'è più il centro, non
c'è più lo sperimentatore, c'è soltanto l'espressione dell'espansione.
Per sedersi semplicemente e lasciar andare l'ego occorre qualche anno di
pratica regolare, anche se questa "esperienza" può accadere inopinatamente
sin dal primo giorno. Quando pratichiamo la seduta con piacere, possiamo
cominciare ad esplorare l'espansione e ci familiarizziamo col passaggio
da uno stato di tranquillità a uno stato di contrazione e chiusura. L'insegnamento
della seduta è proprio l'alternanza di questi due stati che appaiono opposti.
Un giorno perdiamo di vista alti e bassi, dilatazione e contrazione e facciamo
esperienza della continuità, come fossimo un'onda dell'oceano che dal suo
punto più basso trae la forza per risalire. Assaporato il piacere dell'onda,
emerge la sensazione più profonda di essere acqua e dimenticando la dualità
di alto-basso, contrazione-rilassamento, noi siamo infine fluidità.
Si produce uno shock : comprendiamo all'improvviso che noi siamo ciò che
cerchiamo. La via ha raggiunto la semplicità: nella seduta si sgretolano
tutti i sogni spirituali e le proiezioni. Ritorniamo al nocciolo incandescente
della nostra natura, che i testi chiamano "il rubino del Sé", e riconosciamo
che niente e nessuno ha il potere di alterarlo sia in positivo che in negativo.
A questo punto la nostra dipendenza da un sistema, da un insegnante, da
stati meditativi, da obiettivi spirituali cessa completamente.
Nella tradizione tantrica la seduta è solo un istante della ricerca, nulla
pareggia la meditazione in azione. Quando il corpo-mente ha riscoperto la
sua fonte, l'introduzione del movimento evita che la seduta e la tranquillità
si feticizzino e divengano momenti privi di creatività. Il tantra è completamente
calato nella vita sociale, mira a integrare la percezione della seduta nella
vita attiva così da non avere alcuna separazione tra l'esperienza interiore
e l'azione, il mondo interiore ed esteriore. La meditazione si pratica anche
con gli occhi aperti per testimoniare la comunicazione con il mondo.
L'uscita dalla seduta è particolarmente importante, quando avviene con dolcezza
ci permette di fluire nell'attività successiva mantenendo lo stato di meditazione.
Meditare è essere totalmente presenti a ciò che accade, e dal momento in
cui la seduta è consolidata è obiettivo dello yoga condurci all'integrazione
del movimento e dello spazio.
Lo yoga kashmiro è fondamentalmente non posturale, poco alla volta include
movimenti molto dolci e molto semplici compiuti senza volontà, unicamente
attraverso la presenza al respiro. Può seguire uno yoga più fisico, ma soltanto
dopo una lunga preparazione. Lalita Devi insegnava che per diventare un
buon hata yogin occorrevano quindici o vent'anni di pratica complessa, mentre
facendo una preparazione sarebbero bastati pochi anni per integrare il movimento
e lo spazio raggiungendo così l'obiettivo dello yoga.
(Tantra, la spontaneità dell'estasi - Daniel Odier - Traduzione : Laura
Villa, 13 gennaio 2003)