Scende il silenzio e si accende la fiamma dell'aspirazione;
un calore soffuso pervade il corpo e porta con sé un impulso di gioia verso
la trasformazione; si ode il canto dell'armonia divina, calmo e sorridente;
è una dolce sinfonia, appena udibile eppure colma di potere. Ritorna allora
il silenzio, più profondo, più vasto, sì, vasto fino all'infinito, e l'essere
esiste oltre i confini del tempo e dello spazio.
Ci sono due parole per esprimere il concetto indiano di dhyana: "meditazione"
e "contemplazione". Meditazione, a rigor di termini, vuol dire concentrazione
della mente in un'unica sequenza di idee che elabora un soggetto unico.
Contemplazione vuol dire considerare mentalmente un solo oggetto, immagine
o idea in modo che la conoscenza dell'oggetto, immagine o idea possa sorgere
naturalmente nella mente in virtù della concentrazione.
Entrambe sono forme di dhyana, perché il principio di dhyana è concentrazione
mentale, nel pensiero, nella visione o nella conoscenza.
Vi sono altre forme di dhyana. C'è un passaggio nel quale Vivekananda consiglia
di ritirarsi dai propri pensieri e di lasciarli scorrere nella mente a loro
piacimento, semplicemente osservandoli e vedendoli per quello che sono.
Questa può chiamarsi concentrazione nell'osservazione di sé.
Questa forma conduce ad un'altra: la mente è liberata da tutti i pensieri
e lasciata in una specie di vuoto attento e puro dove la conoscenza divina
può venire a fissarsi, imperturbata dai pensieri inferiori della mente umana
comune e con la stessa chiarezza di una scritta in gesso bianco sulla lavagna.
Nella Bhagavad Gita troverete come questo rifiuto di tutti i pensieri della
mente sia uno dei metodi dello yoga, anzi adirittura il metodo che essa
sembra prediligere. Può essere denominato dhyana della liberazione, pochè
libera la mente dalla schiavitù del processo meccanico del pensiero, permettendole
di pensare o di non pensare, come vuole e quando vuole, di scegliere i propri
pensieri o di andare oltre il pensiero verso la percezione pura della Verità,
chiamata nella nostra filosofia vijnana.
La meditazione è il procedimento più facile per la mente umana, ma il più
limitato nei risultati; la contemplazione è più difficile, ma migliore;
l'osservazione di sé e la liberazione dalla catena del pensiero è il più
difficile di tutti, ma il più ampio nei risultati. Si può sceglierne uno
seguendo la propria inclinazione e capacità. Il metodo perfetto sarebbe
di impiegarli tutti, ognuno al momento opportuno e per il suo scopo specifico;
ma questo comporterebbe una fede consolidata, una pazienza tenace e una
grande forza di volontà nell'applicarsi allo yoga.
Non ci sono condizioni esterne essenziali, ma la solitudine e l'isolamento
al momento della meditazione, come anche l'immobilità del corpo, sono utili
al principiante, a volte quasi necessarie. Ma le condizioni esterne non
dovrebbero essere vincolanti. Una volta che la consuetudine di meditare
abbia preso forma, dovrebbe essere possibile praticarla in ogni condizione,
supini o camminando, nella solitudine o in compagnia, nel silenzio o in
mezzo ai rumori e così via.
La prima condizione interiore necessaria è la concentrazione della volontà
contro gli ostacoli che si frappongono alla meditazione, come il vagare
della mente, l'oblio, il sonno, l'irrequietezza fisica e nervosa, l'agitazione
ecc.
La seconda è una purezza calma e crescente della coscienza interiore (citta),
dalla quale sorgono pensiero ed emozione; cioè libertà da ogni reazione
di disturbo, come rabbia, dolore, depressione, ansia per gli avvenimenti
della vita ecc.