"Si deve distinguere tra la concentrazione ordinaria e la meditazione.
Con la parola 'meditazione' si intende dhyana o contemplazione. Non si tratta
di ordinaria concentrazione, ma di un genere particolare di concentrazione.
Innanzitutto la meditazione è un processo completamente conscio, un esercizio
della volontà. Poi, la meditazione significa concentrazione su un'idea spirituale,
che presuppone la capacità dell'aspirante di distaccarsi dalle idee mondane.
Infine, la meditazione si pratica ad un particolare livello di consapevolezza.
Perciò è chiaro che la vera meditazione è uno stato piuttosto avanzato,
che si acquisisce mediante una lunga pratica. E' il risultato di lunghi
anni di disciplina.
Se si pratica la meditazione su una particolare forma divina, con un particolare
livello di coscienza, diciamo il cuore, si avrà un flusso continuo di pensiero
sulla rappresentazione della forma divina prescelta (es. Rama), fino all'esclusione
di ogni altro pensiero, anche quelli relativi alla vita di Rama e alle sue
qualità. Questo flusso initerrotto di un solo pensiero è detto meditazione.
Normalmente sperimentiamo un flusso di pensieri che attraversano la mente,
collegati a vari oggetti differenti, ad eventi e persone. Se un primo pensiero
è dedicato ad un certo oggetto, il successivo sarà invece diretto a un altro
oggetto o persone. Nello Yoga questo stato mentale è definito sarvarthata.
Invece, il flusso di pensieri simili, tutti pertinenti a un particolare
oggetto di meditazione è detto ekagrata. Come già detto, si tratta di una
più alta forma di concentrazone in cui possono esservi pensieri differenti,
ma simili tra loro, orientati alla rappresentazione di un solo identico
oggetto. Come risultato di questa rapida successione di pensieri, l'oggetto
apparirà stabile e, in relazione alla profondità della concentrazione, maggiormente
chiaro e vivido. Questo stato meditativo è detto 'simile al filo d'olio'.
Secondo patanjali ‘Tatra pratyayaikatanata dhyanam': un ininterrotto fluire
di pensieri volti all'oggetto (di meditazione) si dice dhyana.
E' simile al concetto di upasana del Vedanta. Sri Shankaracharya ne dà una
nitida descrizione nel commento alla Bhagavad Gita: 'Upasana, o meditazione,
significa concentrarsi su un oggetto di meditazione espresso nelle Scritture,
facendone il fulco dei propri pensieri e stabilendosi in esso initerrottamente,
seguitando lo stesso flusso di pensiero in quella sola direzione - come
un filo d'olio che viene fatto passare da un vaso a un altro'.
L'analogia con il filo d'olio è appropriata. Quando travasiamo l'olio da
un vaso ad un altro, abbiamo un flusso costante dell'olio che non produce
alcun rumore o schizzo. Ma se travasiamo dell'acqua allo stesso modo, abbiamo
rumore e schizzi attorno. Se il corso dei pensieri fluisce verso l'oggetto
di meditazione in un continuo initerrotto, privo di disturbi, ci troviamo
nello stato di meditazione.
Questo stato è raggiunto soltanto dopo che si sono attraversati altri due
stadi della meditazione: pratyahara e dharana. Pratyahara consiste nel liberare
la mente dalla frizione dei sensi. La mente è comunemente impegnata a rincorrere
gli oggetti dei sensi. Quando vediamo o ascoltiamo qualcosa, la mente viene
immediatamente catturata e inizia a costruire un castello di pensieri. Lo
stesso quando un qualche pensiero sorge spontaneamente.
Quando sediamo in meditazione la mente costantemente si allontana dall'oggetto
di meditazione, catturata dagli oggetti dei sensi. Allora ritiriamo internamente
la mente dagli oggetti della distrazione e fissiamo l'attenzione sull'oggetto
della meditazione. Il ritiro della mente è chiamato pratyahara. Ma la mente
si rifiuta di rimanere fissa e inizia a vagare nel mondo sensibile. Di nuovo
dobbiamo ritirarla dai sensi e questo sforzo può continuare a lungo, finchè
la mente diventa sempre più stabile e noi capaci di rimanere fissi sull'oggetto
della meditazione. Questo stato è chiamato dharana.
L'oggetto della meditazione può essere la forma di una divinità, o un suono
come il pranava [il suono interiore dell'Aum - ndt], o un centro della coscienza
come il cuore, oppure il punto situato tra le sopracciglia, e così via.
Quando la mente rimane fissa sull'oggetto della meditazione per un certo
intervallo di tempo, senza essere disturbata da altri pensieri, e l'oggetto
di meditazione diventa stabile e vivido, allora si può dire che la mente
sia in meditazione.
Nello stato meditativo abbiamo tre elementi: l'oggetto della meditazione,
il processo della meditazione e il soggetto che medita. Il soggetto è cosciente
di se stesso e dell'oggetto, e possiede una certa autonomia. Ma esiste anche
uno stato più elevato di meditazione chiamato samadhi, in cui solo l'oggetto
si palesa nella coscienza, tanto che il soggetto perde la percezione di
se stesso, assorbito dall'oggetto e dalla gioia dell'estasi. Patanjali così
descrice questo stato ‘Tadeva arthamatranirbhasam svarupashunyamiva samadhih':
quando nella meditazione il soggetto perde coscienza di se stesso e si palesa
solo l'oggetto di meditazione, questo è detto samadhi.
Vi è poi un grado di coscienza ancora più alto, in cui anche il solo pensiero
dell'oggetto di meditazione è scomparso e il Sè si rivela nella Sua originaria
purezza, privo di qualificazioni. Swami Vivekananda lo illustra con queste
parole:
'Non riusciamo a percepire il fondo del lago, perchè la superficie è velata
dalle onde. Possiamo gettarvi lo sguardo quando le onde si placano e le
acque sono calme. Se l'acqua è torbida o agitata, il fondo non può essere
visto. Se è limpida e senza onde, vedremo il fondo. Il fondo del lago è
il nostro Sè; il lago è Chitta [la mente] e le onde le Vritti [i pensieri].
L'obiettivo della meditazione è conoscere la nostra vera natura, il fondamento
della nostra personalità, rimuovendo gli accumuli che la ricoprono. Questo
avviene per gradi, primo mantenendo un solo pensiero fino all'esclusione
di ogni altro, e in fine lasciando andare anche quello.
Questa breve descrizione della meditazione, alla luce del Vedanta e dello
Yoga, ha lo scopo di individuare i principali aspetti della meditazione,
per stimolare a proseguirne lo studio."
Riferimenti:
1. Swami Yatiswarananda, Meditation and Spiritual Life (Bangalore: Sri Ramakrishna
Ashrama, 1983), 324.
2. Yoga Sutras, 3.2.
3. Shankaracharya’s commentary on Bhagavadgita, 12.3.
4. Yoga Sutras, 3.3.
5. The Complete Works of Swami Vivekananda, 9 vols. (Calcutta: Advaita Ashrama,
1-8, 1989; 9, 1997), 1.202.