PER PRATICARE LA PRESENZA MENTALE NELLA CAMMINATA, cerchiamo un luogo
all’aperto. L’ideale sarebbe avere un percorso lungo circa venti passi,
ma se dobbiamo stare in casa probabilmente dovremmo girare intorno alle
pareti di una stanza, invece che avanti e indietro. Insomma in casa dobbiamo
un po’ arrangiarci, ma se è disponibile un giardino o un viale è bene usarli.
Può darsi che i vicini rimangano sconcertati, potrebbero chiedersi che cosa
stiamo facendo e, con molta probabilità, pensare che abbiamo perso qualcosa.
Questo perché quando pratichiamo la meditazione camminata non facciamo altro
che stare in piedi fermi, poi camminare per circa venti passi, fermarci,
stare immobili, girarci e poi tornare indietro; e continuiamo così, andando
avanti e indietro. Mentre camminiamo teniamo lo sguardo, l’attenzione degli
occhi, leggermente posata sul terreno di fronte a noi, a circa due o tre
metri di distanza, in modo che la testa sia appena inclinata verso il basso.
Invece di guardare qualcosa in particolare, cerchiamo di mantenere l’attenzione
raccolta. Questo è importante perché se cominciamo a guardare tutto ciò
che ci sta intorno, saremmo completamente distratti. Ciò che avviene durante
la meditazione camminata è che ci sono tante di quelle cose che passano
comunque per la mente che è molto utile imparare a mantenere uno sguardo
leggero, senza fissarlo su nulla in particolare. Mentre camminiamo avanti
e indietro ci accorgeremo presto che quando vediamo qualcosa, la mente subito
si fa sentire: "Oh, guarda quel fiore, quell’uccello...", e la stessa cosa
capita con l’udito, il pensiero e le sensazioni. Ma l’idea è quella di mantenere
una posizione centrata in modo che le cose scorrano accanto a tale posizione
centrata mentre camminiamo.
Per intensificarla un poco, generalmente cerchiamo, camminando, di posare
l’attenzione sulle sensazioni dei piedi. Mentre nella meditazione sul respiro
l’attenzione è focalizzata sull’inspirazione e l’espirazione, in quella
camminata tale attenzione va spostata sulle sensazioni nel piede: il piede
sinistro che tocca il suolo, poi il piede destro che tocca il suolo. Questo
ritmo agisce come una specie di linea portante, o tema di sottofondo, al
quale continuiamo a fare riferimento e a portare la nostra attenzione, man
mano che attraversiamo i mutevoli campi della coscienza sensoriale. Quando
poi arriviamo al termine del percorso, ci fermiamo e proviamo ad espandere
l’intera consapevolezza dalla pianta dei piedi fino alla cima della testa,
cercando di immaginarci come un palo o un albero, o semplicemente stando
in piedi, in modo che l’intero corpo sia vigile e attento. Chiudiamo gli
occhi, inspiriamo ed espiriamo alcune volte, sentendo che sensazioni si
hanno a stare in piedi immobili. Poi ci giriamo e torniamo indietro. Ci
fermiamo al termine del percorso, stiamo fermi, respiriamo due o tre volte,
ci giriamo e riprendiamo a camminare. Mantenetevi sempre tranquilli. Ci
sembrerà che la mente corra di qua e di là, ma invece di pensare alla "mia
mente" che salta dappertutto, pensate alle cose che saltano tutt’intorno
alla mente, limitandovi a lasciare che le cose scorrano a loro piacere,
rimanendo calmi e tranquilli. Poi contemplate e notate l’esperienza del
cambiamento di tutto, del fluire di tutto.
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La chiara comprensione può essere considerata una forma di riflessione,
di considerazione, e ci sono quattro modi per praticarla. Prima, c’è la
chiara comprensione nei riguardi dello scopo. Per esempio, quando vi sedete
a meditare, notate semplicemente qual è la vostra intenzione. Può darsi
che non vi sia molto chiara e potreste pensare: "Be’, perché prima mi sembrava
una buona idea", oppure "perché sono le sette e mezza". Ma se non riuscite
a vedere chiaramente l’intenzione, allora vuol dire che la mente non è perfettamente
attenta e che si fanno le cose per abitudine. Anche con la meditazione può
capitare che uno faccia le cose così solo per farle, senza sapere perché
o cosa stia facendo.
Ciò non significa che c’è bisogno di un’analisi intellettuale delle motivazioni,
ma piuttosto bisogna conoscere la sensazione dello scopo che si ha quando
sediamo in meditazione. Può essere la sensazione di voler osservare ciò
che si sta facendo e di stare attenti a che punto si è o se ci accettiamo:
insomma se c’è qualche sensazione che indichi che la mente si sta orientando
verso una particolare forma di attenzione. Ciò può aiutare ad esaminare
dove dovremmo porre la nostra attenzione, cosa assai importante perché in
qualche caso potremmo porre l’attenzione su alcuni oggetti proprio per evitare
di essere consapevoli di quello che sta accadendo. Potremmo usare la meditazione
come una barriera, forse focalizzandoci sul respiro per non sentire il rimorso
o la paura. Potremmo manipolare la meditazione per farla diventare uno strumento
utile a sopprimere cose che dovrebbero invece essere riconosciute ed investigate;
così invece di osservare lo stato mentale in cui ci troviamo, potremmo osservare
le sensazioni fisiche, quando in realtà sarebbe più significativo osservare
lo stato mentale. Dobbiamo esaminare perciò il nostro proposito: stiamo
cercando di comprendere o di evitare qualche cosa?
Un’altra base della chiara comprensione riguarda il campo o l’ambito in
cui agisce, cioè dove viene posta e mantenuta la nostra attenzione. Ci accingiamo
a contemplare il corpo, le sensazioni, la mente o cosa? E allora se vogliamo
praticare su quella certa base, in modo che sia possibile sperimentare quel
dato processo fisico o mentale, attraverso un’ampia gamma di situazioni
e di livelli energetici... allora dobbiamo sapere su cosa porre la nostra
attenzione e come mantenerla. Poi, nel corso di questa attività, le abitudini
mentali porranno tutta una serie di sfide che metteranno alla prova la nostra
abilità. Tali ostacoli sono tutte cose da osservare con consapevolezza,
in modo che la pratica che stiamo facendo sia in grado di portare alla luce
le paure, le preoccupazioni, i pensieri inespressi e gli stati d’animo che
abbiamo, che sia cioè in grado di aprire il vaso di Pandora della mente
per fare uscire alcune cose e poterle esaminare, notare e vedere come qualcosa
che sorge e cessa. Ciò comporta mantenersi sull’oggetto di meditazione,
in modo che gli aspetti della coscienza a cui normalmente reagiamo o che
reprimiamo, possano essere visti con distacco ed obiettività. Questo ci
consente di lasciarli andare. Rimanere dentro questo ambito significa dimorare
nell’esperienza diretta, piuttosto che in concettualizzazioni e interpretazioni.
Sorgerà allora una comprensione che permetterà al cuore di trovare pace,
anziché indugiare in spiegazioni, critiche o speculazioni mentali. E’ questo
che intendiamo quando parliamo di trovare il giusto ambito, il giusto luogo,
il giusto fondamento come base per la chiara comprensione.
Un’altra base è l’adeguatezza, l’adeguatezza dell’oggetto di meditazione,
cioè scegliere un oggetto che produca i risultati giusti. Per esempio, forse
non ha alcun senso porre l’attenzione sul respiro se si è stanchi, forse
ci porterebbe solo ad addormentarci; c’è altrettanto poco senso a farlo
quando la mente è molto agitata, perché non saremmo in grado di venirne
a capo. In questi casi è meglio trovare un oggetto di meditazione come le
sensazioni nelle mani, o quelle nella testa o nel corpo, o semplicemente
la postura. Se c’è desiderio sessuale, contemplate il corpo nelle sue componenti
e nei quattro elementi di base; se ci sono rancori o avversione è bene riflettere
sul danno personale che questi stati possono causare e cercare di vederli
in una prospettiva più ampia. Tali esercizi liberano l’energia mentale per
indirizzarla verso obiettivi molto più alti. Perciò l’adeguatezza riguardo
all’oggetto di meditazione o riguardo alla quantità di sforzo da impegnare,
significa che attraverso la meditazione si può compiere un giusto sforzo,
che non è né eccessivo né forzato, ma sufficiente per dare alla mente la
motivazione ad applicarsi.
La quarta considerazione che, in un certo senso, comprende anche le altre,
riguarda l’illusione, cioè la chiara comprensione dello stato mentale. In
altre parole, la capacità di sperimentare queste cose in se stessi e da
se stessi, invece di considerarle aspetti della personalità. E’ un po’ complicato.
Spesso comporta, prima di tutto, capire le motivazioni e il perché prendiamo
le energie e i mutamenti della mente in modo così personale. Su cosa basiamo
la nostra auto-stima? Come siamo stati abituati a pensare o stimolati a
sentire? Tali programmi e messaggi sono creati e posseduti dalla nostra
personalità o è invece tutto il contrario? Ciò non significa negare la personalità,
ma piuttosto notare che essa è l’agente invece che l’autore della nostra
vita. Se avete orgoglio avete anche avversione.
Così c’è sempre quella necessità di mantenere un punto di vista nuovo. Possiamo
cominciare usando un oggetto adeguato per la meditazione, come il respiro,
il respiro completo, inspirando ed espirando e notare cosa accade. Possiamo
sentirci felici, calmi, confusi o irrequieti, ma se riusciamo a mantenere
la presenza mentale che nota queste esperienze mentali che sorgono e passano,
allora tutto va bene. Se invece, dopo alcuni tentativi, non riusciamo a
mantenere il nostro senso di equilibrio, allora dobbiamo cambiare e trovare
un altro oggetto di meditazione, come ad esempio limitarci ad ascoltare
il suono della mente o focalizzarci su un altro aspetto del corpo.
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Domanda. La meditazione è solo introspettiva e fissata su di sé, solo uno
studio del sé?
Risposta. Questo tipo di meditazione è centrata sul rapporto che hanno le
cose con noi, e questo è piuttosto comprensibile, perché in realtà quello
che ci sembra il mondo esterno, non è altro che l’immagine che ne abbiamo
noi, fortemente influenzata da quello a cui scegliamo di prestare attenzione,
come lo riceviamo e cosa ne facciamo. Così l’idea che il mondo e il sé siano
separati è completamente fuorviante.
Che cosa è il mondo? Be’, per cominciare è quello che scegliamo di guardare.
Per esempio, le alghe blu-verdi possono non avere molto significato per
noi, ma potrebbero essere molto interessanti per un biologo. Potrebbe essere
il suo intero mondo: conosce le alghe blu-verdi, ma non sa nulla dei sistemi
giudiziari. Se fate parte del corpo insegnante, il vostro mondo è per lo
più quello. Oppure leggete i giornali e allora il mondo sembra essere la
Jugoslavia, l’Iraq o la Somalia e una serie infinita di atrocità ed orrori.
Così il mondo è ciò che scegliamo di guardare o quello che è in linea con
noi.
Il mondo è anche la maniera in cui percepiamo le cose. Possiamo percepirle
dal punto di vista dell’ambizione – come ottenerle – o percepirle a seconda
di come ci sentiamo in rapporto ad esse. Possiamo vedere il mondo come un
posto spaventoso, un posto in cui bisogna sopravvivere, oppure possiamo
percepirlo come un luogo in cui dovremmo essere compassionevoli e gentili.
Questi stessi atteggiamenti influenzeranno naturalmente il modo nel quale
percepiamo il mondo. Si può anche andare avanti all’infinito, ma in realtà
il punto è che non possiamo comprendere il mondo finché non abbiamo compreso
noi stessi, ma non possiamo realmente comprendere noi stessi fintanto che
non abbiamo compreso il mondo. Questo perché entrambi fanno parte di una
totalità, di una continuità, le estremità diverse di una stessa cosa. Si
può guardare una delle due estremità del bastone, ma entrambe sono parte
dello stesso bastone.
E’ senz’altro vero che alcune persone che meditano possono diventare molto
ossessive e suscettibili, ma non è questo lo scopo della pratica. Anzi,
significa fraintendere, non capire; la meditazione comprende sempre un elemento
di riflessione. L’apprendimento è importante, perché altrimenti rischiamo
di rimanere ossessionati o intrappolati nell’egoismo, che può in situazioni
particolari essere molto raffinato, come non voler avere più nulla a che
fare con il resto del mondo, o voler ottenere alcuni tipi di esperienze
piacevoli, o diventare qualcuno di speciale, dotato di qualche particolare
conoscenza esoterica. Tali impulsi e istinti possono manifestarsi dentro
di noi, è vero, ma lo scopo di questa meditazione non è di svilupparli,
ma di comprenderli e trascenderli. Quando c’è presenza mentale e chiara
comprensione, quando siamo consapevoli della mente, allora stiamo anche
guardando ai tipi di desiderio che abbiamo. Questo non significa diventare
moralisti riguardo ai desideri, ma semplicemente va notata la sensazione
abbinata al desiderio, quando la mente si rivolge all’esterno. Il punto
è comprendere quel movimento che cerca di trattenere e impadronirsi di qualcosa,
di essere qualcuno o voler andare da qualche parte: notare quella sensazione
come qualcosa di realmente diverso da ciò che è la consapevolezza. La consapevolezza
si limita solo a vedere, e poi lascia andare.
In tal modo torniamo sempre alla base della meditazione: al luogo della
stabilità, del distacco, della fermezza, della non acquisizione, del non
conseguimento, del non divenire, della mancanza di ossessione. E’ un grande
fondamento. Più lo rinforziamo, più potremo essere veramente aperti a ciò
che in apparenza è il mondo esterno, perché lasciamo andare i nostri meccanismi
di difesa o la nostra avidità, il nostro egoismo verso il mondo. Con questo
tipo di meditazione, se fatta correttamente, saremo più facilmente in grado
di evitare queste abitudini, questi modelli di comportamenti mentale, ed
essere realmente molto più aperti e sensibili verso il mondo.
Ma è anche vero che spesso dobbiamo attraversare questi stati ossessivi.
A volte la mente se ne esce con le paranoie più assurde, cose ridicole che
non hanno nemmeno un senso. Così quando abbiamo un pensiero ossessivo che
ci assilla, la cosa da fare è non irritarsi, pensando di essere diventati
pazzi o chiedendoci cosa possa mai significare, ma notarlo e rimanere centrati.
Notiamo il sorgere del pensiero e invece di seguirlo, crederci o negarlo,
limitiamoci semplicemente a notarlo come un pensiero che attraversa la mente.
La mente può pensare qualsiasi cosa, e inizierà a farlo proprio quando cominceremo
a privarla di qualche oggetto speciale da pensare. Questa è una pratica
di non-ossessione e di non-sé, per poter vedere che tutto è solo roba da
lasciar andare.