Un discorso del famoso maestro di Mahamudra, del 1984.
Praticare la meditazione, non significa tentare di vedere colori o forme
o cercare di modellare un’esperienza o un’altra. La meditazione, dal punto
di vista del Mahamudra, significa sgomberare, liberare la mente da tutte
le forme di attaccamento, di appiglio, di volere, di caratterizzazione delle
cose. Non si tratta tanto di far qualcosa, quanto di disfare i legami e
le catene che imprigionano la mente. Abbandonando l’attaccamento alle cose
come se fossero dotate di realtà inerente, si rilascerà la presa mentale
nei confronti di queste cose e la volontà che vi è connessa, sicché l’apparenza
si troverà ad essere libera da sé.
Spesso si crede che meditare significhi imporre uno stato di vuoto alla
mente, uno stato senza pensiero né movimento mentale: quest’idea è sbagliata,
perché se la meditazione fosse uno stato senza pensiero, questo tavolo davanti
a noi starebbe meditando! La meditazione non ha nulla a che vedere con il
fatto di creare un vuoto volontario nella mente: meditare non significa
bloccare il movimento dei pensieri, ma restare in uno stato in cui questi
pensieri non fanno presa. Se non ci fossero pensieri o movimento concettuale
nella mente, chi mediterebbe?
La meditazione consiste dunque semplicemente nel riconoscere ciò che ci
lega all’apparenza, alla manifestazione esterna, e rilasciare la stretta
delle fissazioni mentali. Significa operare una distensione rispetto all’abituale
condizionamento, e lasciare che questa distensione crei il suo effetto:
gli oggetti su cui la mente si fissa cadono da sé, i nodi si disfano da
soli. Meditare significa disfarsi di quella corazza che ci siamo forgiati,
degli abiti superflui che portiamo; allora, abbandoniamo una ad una le vesti
concettuali, per rimanere nella nudità primordiale. In questa distensione
si prova lo stato fondamentale della mente come luce, come coscienza conoscente,
come lucidità viva. Questa chiarezza della mente è definita come coscienza
istantanea, immediata, uno stato esente da elaborazioni mentali o reificazione.
Semplicemente, dobbiamo restare nel godimento di questo stato, lasciando
la mente nella sua dimensione propria, senza caratterizzare o giudicare
alcunché, senza neppur concepire la nozione di meditazione.
Quando la mente riesce a mantenersi stabile in questo stato, sperimenta
il proprio spazio e tutti i fenomeni esterni ed interni vengono percepiti
nella loro dimensione di vacuità. Questo stato non è limitato da nulla,
è libero da ogni orientamento, privo di supporto, e in esso è presente la
conoscenza fondamentale esente da punto di riferimento. È anche uno stato
di felicità e di benessere, libero da ogni impedimento concettuale. L’apparizione
di queste qualità della mente è segno del successo della pacificazione mentale
(Sciné); lo sviluppo di questa meditazione, quando si è in grado di rimanere
assorti in tale stato senza perderlo o alterarlo, è il conseguimento del
“samadhi di Sciné”.
È importante non giudicare la propria meditazione, non pensare che il tale
stato sia “buono”, e che quell’altro sia “cattivo”, che quando la mente
è calma la nostra sia una “buona meditazione”, mentre quando la mente è
agitata la nostra sia una “cattiva meditazione”. Quando sorgono idee di
questo genere nel corso della meditazione, bisogna dirigere la propria attenzione
verso colui che sta giudicando in tal modo, verso la coscienza che sta valutando
la meditazione; con l’introspezione questa coscienza scopre di essere priva
di forma o di colore; l’osservatore è privo di qualsiasi specificità che
potrebbe provare la sua esistenza. Come avevamo fatto per l’oggetto percepito,
ritroviamo la dimensione vuota della mente percepente, l’essenza di realtà
del soggetto. Dunque, quali che siano i fenomeni mentali che sorgono nella
mente, vanno trattati in questo modo: non si tenta di prevenire il loro
apparire o di farli cessare una volta che sono presenti; non vanno seguiti,
ma contemplati per ciò che sono. Ogni volta che si riconosce l’essenza attraverso
lo sguardo diretto, ritroviamo la dimensione della mente non ostruita, libera
da ogni ostacolo.
Meditare cercando qualcosa di più all’esterno, porterà ad un senso di mancanza;
è esattamente il processo inverso, quello che dobbiamo applicare: liberarci
da ciò che ingombra la mente volgendoci all’interno, fino allo stato spontaneo
in cui non sussiste né ricerca né sofferenza: la pienezza onnipresente.
La dimensione naturale della nostra mente è il Dharmakaya, il quale è, per
sua natura, spontaneo. L’unico modo di incontrare la mente è armonizzarla
con questa natura priva di cause, e soltanto uno stato di distensione e
di apertura può consentire a quest’essenza spontanea di sorgere da sé.