Le arti marziali non sono teatro, ne sport, ne spettacolo. Il loro segreto e che in esse non esiste né vittoria né sconfitta. - K. Sawaki
Kodo Sawaki, uno dei grandi maestri zen dei tempi moderni, ripeteva spesso
che zen e arti marziali costituiscono un'unità.
Nel budo come nello zen la prima tappa, detta shojìn, può durare dai tre
ai cinque anni, anche se anticamente poteva arrivare a dieci. Durante questo
periodo il discepolo cerca la propria strada e con la guida del maestro
conosce e tempra il suo spirito con sempre maggiore determinazione e coscienza.
Un percorso che si conclude quando il Maestro accorda al suo discepolo lo
shiho, la trasmissione. Nella seconda tappa il discepolo diviene un vero
assistente del Maestro, e pratica con uno spirito capace di percepire sensazioni
sottili, profonde, frutto dì una capacità di concentrazione senza coscienza.
La terza tappa vede il discepolo accedere allo status di autentico maestro:
lo spirito attinge alla vera libertà, quella interiore.
Elementi decisivi sia nella meditazione che nel combattimento, sono la determinazione,
intesa come costanza e presenza, e la capacità di creare e concentrare una
propria energia. Una presenza "totale" deve caratterizzare ogni azione,
istante dopo istante. Nella pratica dello zen come in quella delle arti
marziali non é permesso pensare, riflettere. L'intuizione e l'azione devono
scaturire nello stesso istante. Il segreto di questo tipo di movimento è
la sua naturalezza, il suo nascere da inconscia capacità dì sentire e pensare
col corpo. E' lo stato dì conoscenza più profondo, e viene chiamato hìshìryo,
il pensiero che non pensa. Una sorta di vigile e totale rilassatezza del
corpo che garantisce una percezione allargata del contesto in cui ci si
trova e dai cui nascono movimenti in cui intuizione, e azione convivono.
In za-zen si deve tendere a una perfetta immobilità, concentrati solo sulla
respirazione e sulla corretta postura, senza soffermarsi mentalmente su
alcun pensiero, lasciando semplicemente che le immagini mentali passino
come delle nuvole nel cielo. E' un'immobilità totalmente priva di tensioni,
in costante equilibrio sul fluire delle proprie sensazioni.
Allo stesso modo durante un combattimento lo spirito non deve lasciarsi
influenzare da nessun movimento dell'avversario, da nessuna azione del suo
corpo e della sua mente. Bisogna mantenere una totale concentrazione e,
allo stesso tempo, lasciare che lo spirito si muova liberamente, istante
per istante. Solo l'azione che scaturisce da questo stato d'animo da forma
allo spirito, incarnandone la sua sostanza profonda, che nasce dall’inconscio.
Anche per questo meditazione e combattimento sono considerate delle scuole
per dirigere lo spirito.
Taisen Deshimaru, maestro di spada e meditazione, discepolo di Kodo Sawaki
e grande ambasciatore dello zen in Occidente, scriveva: "Non dovete distrarvi
durante za zen né durante l'allenamento delle arti marziali. Bisogna praticarli
a fondo, concentrandosi, impegnandosi totalmente. Non bisogna serbare parte
di energia come riserva. Concentrasi significa esprimerla, scaricarla totalmente.
Se durante un combattimenti ci si risparmia non si può vincere. E' il segreto
delle arti marziali, dello zen, e di ogni azione della nostra vita”.
Non è necessario andare in Giappone per trovare l'autentico insegnamento dello zen. Il vero zen è qui ed ora, nel nostro corpo e nel nostro spirito. Se postura e respirazione sono giuste, lo spirito ritrova la sua condizione naturale. Ii canto dei Sutra e le cerimonie nei templi sono cose molto belle, ma non è lì l’essenziale. Lo zen non è solamente il Buddhismo, e l'essenza dello zen non è lo zen. Bisogna che abbandoniamo tutto, anche il Buddhismo, anche lo Zen, e ci concentriamo, qui ed ora, su una cosa sola: za- zen.
Il vero Zen si pratica senza motivo, senza scopo, senza cercare neanche il satori. Quello che conta è za zen, essenza dello zen. Za zen è difficile, lo so. Ma, praticato quotidianamente, è molto efficace per l'allargamento della coscienza e lo sviluppo dell'intuizione. Za zen non sviluppa soltanto una grande energia, è una postura di risveglio.
Una pratica regolare za-zen ci restituisce alle condizioni originali dell'esistenza: dimenticare tutto, abbandonare tutto, senza scopo, sedersi in silenzio. Ritrovare l'accordo del respiro con l’istante presente, allora tutto diventa giusto.
Non è possibile tornare indietro durante il respiro. Lo si può solo ripetere quando è finito. Ecco perché dovete aver cura di respirare bene, diceva il Maestro Dogen.
T. Deshimaru Roshi
L'insegnamento della postura, che e' trasmissione dell'essenza dello
zen, ha luogo in un dojo (luogo della pratica della Via). Esso e' impartito
da un maestro, iniziato tradizionalmente, nella linea dei patriarchi e del
Buddha. Nel dojo sono insegnati i quattro atteggiamenti fondamentali del
corpo, come stare in piedi, come camminare, come sedersi, come allungarsi.
Sono le posture originali.
Seduti al centro dello zafu, si incrociano le gambe secondo la tradizionale
posizione del loto: il piede destro sulla coscia sinistra, il piede sinistro
sulla coscia destra, le piante rivolte verso l'alto. Nel mezzo loto, solo
un piede poggia sulla coscia opposta, mentre l'altro, con la pianta rivolta
verso l'alto, poggia a terra. Per superare le prime difficoltà è possibile
incrociare semplicemente le gambe e poggiare almeno un piede sul polpaccio
opposto, con le ginocchia saldamente poggiate al suolo.
Una volta seduti, si bilancia il bacino in avanti spingendo al livello della
quinta vertebra lombare, in modo che gli organi interni trovino la loro
naturale disposizione nell'addome. La colonia vertebrale è eretta, il ventre
disteso, il dorso diritto, la nuca dolcemente tesa dall'impercettibile spingere
della testa verso l'alto. Il mento rientrato, il naso in linea con l’ombelico,
le orecchie perpendicolari al piano delle spalle. Una volta in postura,
si chiudono le dita intorno ai pollici e tenendo i pugni sulle cosce si
oscilla a sinistra e a destra, riducendo progressivamente i movimenti fino
a trovare la linea d'equilibrio.
Al terzo tocco della campana, si congiungono le mani dinanzi a sé, palmo
contro palmo, con le braccia all'altezza delle spalle, bene orizzontali.
Concluso il saluto, le mani scendono dolcemente verso l'addome: dita distese
e palme rivolte verso l'alto, la destra accoglie la sinistra e i pollici,
orizzontali e in leggero contatto tra di loro, si prolungano uno nell'altro.
I mignoli poggiano sul basso ventre, i polsi sugli inguini. Le spalle aperte
ricadono naturalmente all'indietro, lasciando le braccia leggermente discoste
dal corpo. La bocca è chiusa ma non contratta, la lingua aderente al palato
con la punta a sfiorare la radice degli incisivi. Gli occhi sono semichiusi,
lo sguardo immobile ma non fisso posato a circa un metro di distanza.
La respirazione nasce naturalmente dalla corretta postura. Mantenendo
sempre la fascia addominale in leggera tensione al livello delle anche,
si inspira portando gli intestini verso l'alto e si espira esercitando su
di essi una spinta verso il basso, sino a tendere la parte del ventre al
di sotto dell'ombelico. L'espirazione è più lunga dell'inspirazione, circa
il doppio, il ritmo lento e profondo. Dolce, lunga, silenziosa e mai forzata,
la respirazione zen non è paragonabile a nessun'altra.
Il giusto atteggiamento dello spirito nasce spontaneo dalla profonda
concentrazione sulla postura del corpo e sulla respirazione. Si lascia che
le immagini, i pensieri, le informazioni mentali che nascono dall'inconscio
passino, ripassino, svaniscano, senza opporsi e senza attaccarsi ad esse.
Non si cerca nulla né si fugge nulla, per arrivare all'inconscio profondo,
senza pensiero, oltre ogni pensiero.
Kin-hin, come za zen, è una postura di profonda concentrazione. Kin-hin
è una marcia ritmata, che alterna tensione e distensione, tempi forti e
tempi deboli. Durante le sesshin, Kin-hin scandisce la pausa tra uno za
zen e l'altro.
In piedi, quinta lombare spinta in avanti, schiena bene diritta, nuca
distesa, mento rientrato e bocca chiusa, si congiungono le mani nel saluto.
Spalle bene aperte e rilassate, gomiti divaricati, si posa la mano destra
sulla sinistra che le dita chiuse a pugno intorno al pollice. La radice
del pollice sinistro è a contatto con l'addome poco sotto lo sterno. Iniziando
a espirare, si porta avanti di mezzo passo la gamba sinistra. Bene tesa,
la gamba spinge energicamente sulla radice dell'alluce, facendo aderire
tutta la pianta del piede al suolo. Tutto il lato sinistro del corpo, come
ginocchio e gamba, è in tensione mentre il lato destro è disteso, con la
gamba leggermente flessa e il tallone staccato da terra. Durante tutto l'espiro
si deve mantenere la tensione sull'alluce e spingere progressivamente le
mani sui plesso solare.
L'espirazione è profonda, lenta, silenziosa, senza forzature. Arrivata alla
fine, ci si arresta un momento e, rilassando tutto il corpo, si inspira
automaticamente, liberamente. All'inizio della respirazione seguente, si
cambia gamba, e tutto il processo ricomincia. Lo sguardo posato a circa
tre metri davanti a sé, più o meno all'altezza della persona che procede
quando si è in fila indiana. Durante la marcia non si deve guardare le altre
persone.
Lo sguardo è rivolto all'interno, come se si fosse soli con se stessi. Come
in za zen, si lasciano passare i pensieri, senza opporsi e senza attaccarsi
ad essi.
Lo zen arriva ufficialmente in Europa nel 1967, quando Taisen Deshimaru Roshi (1914-1982) sbarca a Parigi con l’incarico di rappresentare tutte le scuole zen del Giappone. Nipote di un samurai, maestro di spada e di zen, Deshimaru, ha 52 anni ed è stato discepolo del grande Maestro Kodo Sawaki: con lui ha praticato da laico per 32 anni e solo sul letto di morte Sawaki lo ha ordinato monaco col nome di Taisen (Grande eremita). L'anno successivo Deshimaru lascia il lavoro, la moglie e i tre figli e parte per la Francia. I primi tempi non sono facili: l'ambasciatore dello zen vive nel retrobottega di un negozietto di macrobiotica, guadagna il poco che gli serve per vivere praticando massaggi shiatsu. Dopo il primo difficile periodo, nel 1972 apre un suo dojo a Parigi, dove insegnerà sino alla morte. Sin dalla fine degli anni '60, Deshimaru ha iniziato a vagare per l'Europa organizzando seminari e sesshin in palestre, alberghi, istituti religiosi, ma anche in isolate foreste dove riunisce i praticanti sotto la volta di grandi tendoni. Migliaia di europei sono stati iniziati alla pratica della meditazione zen da lui. Solo la notte torna ad essere quel Grande eremita che il Maestro Sawaki ha visto in lui: siede alta sua scrivania, studia e scrive, lavora ogni giorno per trasformare i suoi insegnamenti orali (kusen) in libri. Nei 15 anni di missione in occidente sono venti i testi che scrive per gli europei. L'Association Zen lntenationale da lui creata, vanta tra i suoi sostenitori personaggi come Padre Lassalle, Malraux, Lévi Strauss, Von Karajan, Bejart. Alla fine degli anni '70 molti parlano di lui come il primo patriarca d'Europa. Nel 1977 viene nominato missionario d'Europa e Africa, nel 1979 comincia a lavorare a un grande progetto: creare il primo grande tempio d'occidente. Lo fonda con nome di 'Gendronnière’ in un castello sulla Loira. Deshimaru non vedrà l'opera realizzarsi in toto: nel 1982, anno che aveva indicato come anno della "non paura" con l'obiettivo di dare nuovo impulso alla sua missione, muore in Giappone dove si era recato per curarsi.