Le ossa dello Zen - Allan Watts
Quanto più procedevo nella pratica della meditazione, sempre
che il termine procedere sia appropriato, tanto più me ne sfuggiva il senso,
l'utilità, non riuscivo a definirla. C'è stato un
libro, da cui ho tratto questi frammenti
e di cui ne consiglio la lettura, che mi ha chiarito le idee. Mi è piaciuto,
in particolare, il modo in cui il Buddhismo Zen risolve il rapporto tra
misticismo e vita quotidiana.
Le Ossa dello Zen
Una volta uno studente zen citò al proprio maestro questa antica poesia
buddhista:
Le voci dei torrenti provengono da un'unica grande lingua
I leoni delle colline sono il puro corpo del Buddha.
"Non è così?", chiese lo studente. "Sì", rispose il maestro, "ma è davvero
un peccato metterla in questi termini". Sarebbe stato molto meglio se tale
occasione fosse stata celebrata col più totale silenzio. Se dovessi rivolgervi
la parola nello stile dei vecchi maestri zen, dovrei dare una botta sul
microfono e andarmene. Penso però che siccome tutti voi avete contribuito
al mantenimento del Mountain Zen Center nella speranza di imparare qualcosa,
io devo dirvi qualche parola, sebbene debba avvertirvi che spiegandovi queste
cose vi espongo al rischio di una solenne presa in giro. Ora, se io vi permettessi
di lasciare questa sala stasera con l'idea di aver capito qualcosa dello
zen, avreste mancato completamente il bersaglio. Lo zen è uno stile di vita,
una condizione dell'essere, che non è possibile ridurre a nessuna forma
concettuale.
Qualsiasi concetto, idea o parola io volessi trasmettervi stasera non potrebbe
avere altro obiettivo che dimostrare la limitatezza delle parole e del pensiero.
Dovendo improvvisare qualcosa sullo zen, e voglio proprio provare a farlo
a guisa d'introduzione, è importante che io metta l'accento sul fatto che
lo zen, nella sua essenza. non è una dottrina. Non c'è proprio nulla in
cui ci venga chiesto di credere, e non si tratta di una filosofia, almeno
secondo l'accezione più comune del termine. Non è quindi un sistema di idee,
una rete intellettuale attraverso la quale si prova a catturare il pesce
della realtà. Anzi, il pesce della realtà assomiglia più che altro all'acqua:
scivola sempre tra le maglie della rete, e come l'acqua, quando lo si incontra
non c'é nessun appiglio per afferrarlo. Naturalmente l'universo intero è
come l'acqua: è fluido, è fugace, è mutevole. Un uomo gettato in mare che
non conosce altro che la vita sulla terraferma, che non ha alcuna dimestichezza
con l'idea di nuotare, prova a tenersi sopra l'acqua. Cerca di aggrapparsi
all'acqua, e il risultato è che annega. Mi riferisco in particolare alle
acque della confusione filosofica moderna, nella quale dio è morto, ogni
affermazione metafisica è priva di senso, e non c'è nulla a cui aggrapparci
semplicemente perché stiamo crollando. In tali circostanze l'unico modo
per sopravvivere è imparare a nuotare: ci si rilassa, si lascia la presa
e ci si abbandona all'acqua. Bisogna sapere respirare nel modo corretto,
ma una volta capito che l'acqua ci sostiene, in un certo senso diventiamo
davvero l'acqua.
Se si dovesse provare (ripeto, in modo fuorviante) a illustrare lo zen con
una qualche forma concettuale, si potrebbe ridurlo a queste poche parole:
il nostro universo è pregno di una grande energia e non sappiamo come chiamarla.
Gli uomini hanno escogitato diversi nomi dio Brahman e tao tanto per fare
qualche esempio ma in occidente il termine dio ha talmente tante associazioni
ridicole che la maggior parte della gente non ne può più. Quando qualcuno
dice Dio padre onnipotente la maggior parte degli ascoltatori si sente in
imbarazzo e quindi e necessario trovare nuove parole Ci piacciono quegli
strani nomi che vengono dall'Estremo Oriente, come tao, Brahman o tathata,
perché non hanno le stesse associazioni che ci riportano alla più sdolcinata
santimonia, o agli strani significati che appartengono al passato. In realtà,
alcune delle parole usate dai buddhisti per indicare l'energia fondamentale
del mondo non hanno alcun senso. La parola tathata, che è il termine sanscrito
per 'talità, quiddità,' o 'vastità, in realtà significa qualcosa del tipo:
'da-da-da', sulla base della parola tat, che in sanscrito vuol dire 'quello'.
Sempre in sanscrito, l'esistenza viene descritta come 'tat tvam asi', 'quello
voi siete', ovvero, in un linguaggio corrente, 'tu sei quello'. Però da-da-da
è il primo suono che viene emesso dal neonato, allorché si guarda intorno
e dice proprio: "Dada-da-da-da , ovvero Quello, quello, quello, quello,
quello! . I padri se ne compiacciono, pensando che il piccolo con quel 'da-da'
voglia dire 'daddy', invece, secondo la filosofia buddhista, tutto l'universo
è da-dada, vale a dire diecimila funzioni, diecimila cose, ovvero una talità,
nella quale ci ritroviamo tutti.
La talità muta a seconda delle circostanze, come ogni altra cosa, perché
questo nostro mondo è un sistema che funziona a intermittenza. I cinesi
lo chiamano yin e yang, qualcosa basato sull'adesso ti vedo, adesso non
ti vedo, ci sei, non ci sei. La natura stessa dell'energia è simile all'onda,
e sappiamo bene che le onde hanno una cresta e un ventre. Tuttavia, qualcosa,
perché non c'è niente da cercare. La domanda a questo punto è: "Sto ancora
cercando? Ho capito?"
Tale conoscenza non è un genere di sapere che può essere posseduto, né qualcosa
che si è imparato a scuola, o che può essere attestato da un diploma. Si
tratta di un genere di conoscenza nel quale non c'è nulla da ricordare né
nulla da ridurre in formule. È qualcosa che conosciamo meglio quando affermiamo
di non conoscerlo affatto, perché vuoi dire che non lo stiamo afferrando,
non stiamo cercando di tenerlo ben stretto come se si trattasse di un concetto.
Non è assolutamente necessario farlo, e se dovessimo provarci, sarebbe come
provare a 'mettere le gambe a un serpente' o 'far crescere la barba a un
eunuco', tanto per usare qualche esempio zen, o, come diremmo noi, 'raddrizzare
le zampe ai cani'. Sembra piuttosto facile, non vi pare? Vorrebbe forse
dire che tutto ciò che dobbiamo fare è rilassarci? Che non c'è più bisogno
di andare in giro in cerca di qualcosa, che possiamo abbandonare la religione,
la meditazione, questo e quello e quell'altro ancora, e tirare avanti vivendo
come più ci piace? Ecco come un padre risponde al figlio che continua a
chiedere:
"Perché, perché, perché?". "Perché dio ha fatto l'universo?". "Chi ha creato
dio?". "Perché gli alberi sono verdi?". Alla fine quel padre esclama: Oh
piantala, e mangia la tua merenda". Ma non è così semplice. Tutta questa
gente che cerca di realizzare lo zen per mezzo del non fare nulla in quella
direzione, sta ancora cercando disperatamente di trovano ed è sulla strada
sbagliata. C'è un'altra poesia che dice: "Non puoi ottenerlo pensando, non
puoi afferrano non pensando"; in altre parole:
"Non si può afferrare il significato dello zen cercando di fare qualche
passo in quella direzione, ma allo stesso modo è impossibile penetrarne
il significato evitando di muoversi in quella stessa direzione". Si tratta
di due diversi tentativi di allontanarci da dove siamo, qui e ora, per dirigerci
altrove Il fatto è che possiamo giungere a una comprensione di ciò che chiamo
'talità' solo cercando di essere completamente qui, e per essere completamente
qui non è necessario alcun espediente, né espedienti attivi né espedienti
passivi, perché in entrambi i casi staremmo cercando di allontanarci dal
momento presente.
È difficile comprendere un linguaggio come questo, e tuttavia per arrivare
a capire di cosa si tratti c'è solo un prerequisito assolutamente necessario:
smettere di pensare. Ora, in ciò che dico non c'è la minima intenzione di
anti-intellettualità, perché io penso molto, parlo molto, scrivo molti libri
e sono una specie di stupido erudito. In ogni caso sapete bene che se passiamo
tutto il tempo a parlare, non ci sarà possibile ascoltare nulla di quanto
gli altri vogliono dirci, e quindi tutto ciò di cui potremo disquisire sarà
il nostro soliloquio. Lo stesso vale per le persone che pensano di continuo.
Uso il verbo 'pensare' per indicare il parlare tra sé e sé, una conversazione
interiore, il costante chiacchiericcio di simboli, immagini, discorsi e
parole all'interno del nostro cranio. Ora, se lo facciamo di continuo, scopriremo
che non abbiamo null'altro a cui pensare oltre al pensiero stesso, e se
da un lato è necessario smettere di parlare per poter ascoltare ciò che
gli altri hanno da dire, dall'altro è necessario smettere di pensare per
scoprire cos'è la vita. Nel momento in cui smettiamo di pensare, entriamo
immediatamente in contatto con quello che Alfred Korzybski ha così splendidamente
definito 'il mondo inesprimibile', ovvero il mondo non-verbale. Qualcuno
lo chiamerebbe 'mondo fisico', ma tali termini, 'fisico', 'non-verbale'
e 'materiale' sono tutte forme concettuali, mentre non si tratta affatto
di un concetto. Non è neppure un rumore, è semplicemente 'quello'. Se ci
apriamo a quel mondo scopriamo tutt'a un tratto che tutte le cosiddette
differenze tra noi stessi e gli altri, tra la vita e la morte, il piacere
e il dolore, sono puramente concettuali e non hanno esistenza. Nel mondo
che è semplicemente 'quello' non esistono affatto. In altri termini, se
vi colpisco con sufficiente forza, 'Ahi', non sentite dolore. Se siete nella
condizione denominata 'non pensiero', c'è una determinata esperienza, ma
non la chiamate 'dolore'. Quando eravamo piccoli, e gli altri bambini ci
picchiavano, scoppiavamo a piangere e loro ci dicevano: "Non piangere",
perché volevano farci male ma nello stesso tempo non volevano farci piangere.
Ecco perché nello zen c'è la pratica detta zazen, ovvero la meditazione
seduta zen. Nel buddhismo si parla delle quattro nobili posture dell'uomo:
camminare, stare eretti, sedere e coricarsi; connesse a queste, oltre allo
zazen, ci sono altri tre generi di zen: il modo zen di stare eretti, di
camminare e di coricarsi. Viene detto: "Quando siedi, siedi; quando cammini,
cammina; ma qualsiasi cosa tu faccia non esitare" Naturalmente, potete anche
esitare ma occorre farlo bene.
Quando al vecchio maestro Hyakujo venne chiesto in che cosa consistesse
lo zen, questi rispose Quando ho fame mangio Quando ho sonno, dormo". Il
postulante controbatte "Beh ma non e ciò che fanno tutti? Non sei proprio
come gli esseri ordinari" Oh no rispose il maestro, "gli esseri ordinari
non fanno nulla del genere quando hanno fame non si accontentano di mangiare,
ma pensano a ogni genere di cose. Quando sono stanchi non si accontentano
di dormire, ma passano da un sogno all'altro". So che non piacerà ai seguaci
di Jung, ma arriva un momento in cui si smette semplicemente di sognare
e non ci sono più sogni, di conseguenza si dorme come un sasso. È proprio
per questo che lo zazen, ovvero il 'sedere zen', è una cosa ottima per il
mondo occidentale. Abbiamo corso più del necessario. Non c'è problema, perché
siamo stati attivi, e col nostro agire abbiamo ottenuto un sacco di cose
positive. Tuttavia, ecco cosa ci ha suggerito Aristotele molto tempo fa,
uno dei suoi migliori suggerimenti: "Lo scopo dell'azione è la contemplazione".
In altri termini, a che fine essere sempre, continuamente, terribilmente
occupati? Quando la gente è indaffarata, pensa che arriverà da qualche parte,
che riuscirà a raggiungere la meta prefissata e a ottenere qualcosa. C'è
davvero un valido motivo per agire se sappiamo che non stiamo andando da
nessuna parte, e se sappiamo agire nello stesso modo in cui danziamo, cantiamo
o suoniamo, allora davvero non stiamo andando in nessuna direzione. Stiamo
semplicemente compiendo l'azione pura. Se d'altra parte vogliamo agire con
l'idea che in seguito a tale azione arriveremo in qualche posto, in cui
tutto sarà perfetto, ecco che siamo ricaduti nella ruota della gabbia dello
scoiattolo: condannati senza speranza a ciò che nel buddhismo prende il
nome di samsara, la ruota, o rincorsa, della nascita e della morte. È questa
la conseguenza del pensare di arrivare da qualche parte. Ci siamo già, e
solo una persona che ha scoperto di esserci già è davvero in grado di agire.
Una persona del genere non agisce in modo convulso con l'idea di arrivare
da qualche parte. Può arrivarci con la meditazione camminata, e cioè con
un camminare che non è motivato dall'incontenibile fretta di raggiungere
la propria destinazione, ma perché camminare è in sé stupendo e camminare
è in sé meditazione. Osservare i monaci zen è uno spettacolo molto affascinante,
perché hanno un modo di camminare che non ha pari in tutto il Giappone.
La maggior parte della gente se ne va in giro strascicando i piedi; se invece
è vestita all'occidentale sfreccia via come facciamo noi. I monaci zen hanno
nel loro camminare un dondolio caratteristico: si ha quasi l'impressione
che camminino come i gatti. C'è un qualcosa nel loro stile che indica la
mancanza di esitazioni: vanno per la loro strada normalmente, ma il loro
camminare è un camminare e basta. Non si può agire creativamente se non
sulla base della più assoluta calma, con la mente capace di tanto in tanto
di smettere di pensare.
A prima vista la pratica seduta può sembrare molto difficile, perché se
ci si siede nel modo buddhista, le gambe iniziano a far male. Inoltre molti
occidentali ben presto si innervosiscono, perché trovano noioso stare seduti
a lungo. La ragione per cui lo trovano noioso è che stanno ancora pensando;
se non pensassero non potrebbero rendersi conto del passare del tempo. Invece
il mondo osservato senza il rumore di fondo del chiacchiericcio mentale
diventa interessantissimo, anziché noioso. Le visioni, i suoni e gli odori
più comuni, così come il succedersi delle ombre sulla porta di fronte a
noi, tutte queste cose esistono senza essere nominate, senza che si dica:
"Ecco un'ombra, quello è rosso, quello è marrone, quello è il piede di qualcuno".
Se riusciamo finalmente a smettere di nominare le cose, cominciamo a vederle.
Quando una persona dice: "Vedo una foglia", immediatamente si pensa a una
cosa di forma appuntita con una sagoma dai bordi scuri e l'interno verde
pallido. Non c'è nessuna foglia che sia fatta davvero così. No, le foglie
non sono verdi. Ecco perché Lao-tzu disse: 'I cinque colori accecano l'occhio
dell'uomo. Le cinque note assordano l'orecchio dell'uomo".
Se possiamo vedere solo cinque colori, siamo ciechi; se nella musica possiamo
sentire solo cinque note, siamo sordi. Se riduciamo ogni suono a una delle
cinque note, e ogni colore a uno dei cinque colori, siamo sordi e ciechi.
Il mondo dei colori è senza limiti, così come lo è il mondo dei suoni. Solo
smettendo di classificare le percezioni del mondo dei colori e dei suoni
possiamo veramente iniziare a vedere e ascoltare. È la disciplina, se posso
permettermi l'audacia di usare tale termine, dello zazen (o meditazione)
che produce la straordinaria capacità dei praticanti zen di sviluppare grandi
arti come il giardinaggio, la cerimonia del tè, la calligrafia e i grandiosi
dipinti della dinastia Song e della tradizione giapponese suini-e. I maestri
zen ritrovano la magia nelle cose più semplici della vita quotidiana, in
particolar modo nella cerimonia del tè, o chanoyu, che in giapponese vuoi
dire 'acqua calda per il tè'. Per citare le parole del poeta Ho Koji: "Poteri
meravigliosi e attività sovrannaturali: attingere l'acqua, portare la legna".
Sapete che talvolta, ripetendola all'infinito, si può rendere una parola
priva di senso? Prendete per esempio la parola sì'. Sì. Sì. Sì. Sì. Sì.
Sì. Sì. Sì. Sì. Diventa ridicola. Ecco perché nell'addestramento zen si
usa la parola mu, che vuol dire 'no'. Se ripetiamo questa parola per molto
tempo, finché cessa di avere significato, diventa magica, e quello è il
suono. Il modo più semplice per smettere di pensare è innanzitutto pensare
a qualcosa che non abbia significato. Ora, naturalmente, parlandovi di mu,
oppure del 'sì', del contare il respiro oppure dell'ascoltare un suono privo
di significato, quello che voglio è farvi smettere di pensare per lasciarvi
affascinare dal suono. In seguito, approfondendosi la vostra concentrazione,
giungerete a un punto nel quale il suono scompare e sarete completamente
aperti. A quel punto ci sarà una specie di preliminare del cosiddetto sa
tori, e penserete: 'Accidenti, eccolo!". Sarete così felici che vi metterete
a passeggiare per aria. Quando chiesero a Daisetsu Suzuki a cosa assomigliasse
il satori, rispose: "Beh, è come ogni altra esperienza quotidiana, solo
che si sta a quattro dita da terra". C'è un altro detto secondo il quale
lo studente che ha raggiunto il satori precipita all'inferno dritto come
una freccia. Se si ha un'esperienza spirituale, sia attraverso lo zazen
sia per mezzo di qualsiasi altra cosa che porti comunque a tale esperienza
e si prova ad afferrarla, dicendo. "Ecco, ci sono arrivato...", in un lampo
la si perde, vola via, perché nell'istante in cui si prova ad agguantare
una cosa vivente, questa scivola via, come l'acqua tra le dita. Più stringiamo
il pugno, più ci sfugge tra le dita; non c'è niente da afferrare perché
non c'è bisogno di afferrare nulla: l'abbiamo sempre avuto sin dall'inizio.
Naturalmente è possibile ottenere tale esperienza con diversi metodi di
meditazione. Il problema sono quelle persone che una volta conclusa l'esperienza
se ne vantano. Dicono: "L'ho visto". Le persone che studiano lo zen e si
vantano con gli amici della lunghezza delle loro sedute e del dolore alle
gambe, ripetendo com'è stata dura, sono altrettanto intollerabili. La disciplina
dello zen non è intesa come qualcosa di volutamente duro, e non viene mantenuta
con spirito masochista e con l'ottica puritana che la sofferenza è qualcosa
di positivo. Quando andavo a scuola, in Inghilterra, la premessa educativa
fondamentale era che la sofferenza formasse il carattere. Di conseguenza
tutti gli studenti più anziani erano liberi di malmenare i più giovani,
con la coscienza perfettamente a posto, perché dopotutto gli stavano facendo
un favore. Era considerata una cosa utile perché in tal modo i giovani potevano
rafforzare il loro carattere. Per colpa di un tale atteggiamento la parola
'disciplina' ha iniziato ad assumere una pessima fama, e l'ha conservata
per lungo tempo. Nei confronti della disciplina zen, invece, dobbiamo mantenere
un atteggiamento completamente nuovo, perché senza la sua quiete e la sua
funzione pacificante la vita diventerebbe caotica. Quando alla fine giungiamo
a lasciar andare tutto, dobbiamo stare maledettamente attenti a non scioglierci
e divenire completamente liquidi, perché non c'è più nulla a cui afferrarci.
Quando capita di chiedere alla gente di sdraiarsi a terra e rilassarsi,
si scopre che la maggior parte è piena di tensioni, perché non crede davvero
che il pavimento la sosterrà, e quindi continua a fare uno sforzo per tenersi
su. Molti sono in ansia e hanno paura che se non si tengono su, per quanto
ci sia sempre il suolo a sostenerli, improvvisamente si trasformeranno in
una pozzanghera e goccioleranno via in tutte le direzioni. D'altro canto
ci sono persone che, non appena gli viene chiesto di rilassarsi, si afflosciano
come uno straccio. Ora, l'organismo umano è una complessa combinazione di
parti dure e molli, di carne e ossa. Nello zen c'è un aspetto che non ha
niente a che vedere né col fare né col non-fare, e che tuttavia riguarda
il semplice fatto che noi siamo quello e non dobbiamo cercarlo: questa è
la carne dello zen. C'è poi l'aspetto nel quale possiamo tornare al mondo
con un atteggiamento di non-ricerca, sapendo che siamo quello e tuttavia
evitando di crollare: qui ci vogliono le ossa dello zen. Farsi le ossa dello
zen è una delle cose più difficili.
Una certa generazione di cui noi tutti siamo a conoscenza si fece una certa
idea dello zen e cominciò uno stile di pittura e di scultura, nonché di
vita, in cui tutto era permesso. Credo che ormai siamo guariti da quella
fase. I nostri pittori stanno cominciando a tornare all'idea di bellezza,
allo splendore della chiarezza espressiva e dei colori vividi. e non c'è
stato nulla di simile sin dalle vetrate di Chartres. È un buon segno, ma
richiede la presenza di un senso di libertà nella nostra vita quotidiana.
Non sto parlando della semplice libertà politica. Mi riferisco alla libertà
che è provocata dal sapere che si è quello, per sempre, senza limiti, e
sarà così bello quando arriverà la morte, perché ci sarà un cambiamento,
ma quello tornerà in qualche altra forma. Se abbiamo capito tutto ciò, se
abbiamo penetrato la natura del miraggio universale, a quel punto dobbiamo
stare attenti, perché possiamo avere in noi dei semi di ostilità, semi di
orgoglio, semi che ci spingono a voler umiliare gli altri, o a voler semplicemente
sfidare le normali regole della vita. Ecco perché nei monasteri zen ai novizi
vengono assegnati i compiti più leggeri, e più anziani si è, più sono impegnativi
i propri doveri. Per esempio, spesso la pulizia della toilette tocca al
roshi. Vediamo in ciò una splendida concezione estetica, molto raffinata,
perché proprio il rispetto continuo di tale ordine evita che tutta l'energia
contenuta nel sistema ci dia alla testa. La comprensione dello zen, la comprensione
del risveglio, ovvero la comprensione dell'esperienza mistica è una delle
cose più pericolose al mondo, e per la persona che non può contenerla, equivale
a far passare una corrente di un milione di volt in un rasoio elettrico.
Si esce fuori di testa e fuori si rimane.
Chi esce in questo modo viene definito pratieka-buddha: uno che penetra
nel mondo trascendente e non torna più indietro. Dal punto di vista del
buddhismo ha commesso un errore, perché nel buddhismo non c è differenza
fondamentale tra il mondo trascendente e il mondo di tutti i giorni. Il
Bodhisattva non raggiunge il nirvana e vi resta poi perpetuamente; torna
indietro e vive una normale vita quotidiana, per aiutare gli altri esseri
a comprendere anche loro. Non che torni indietro perché ha preso una sorta
di solenne impegno ad aiutare l'umanità, o per una qualsiasi altra pia inclinazione.
Torna perché ha visto che i due mondi sono identici, e vede tutti gli altri
esseri come Buddha. Per usare una frase di G. K. Chesterton: "Ora per strada
qualsiasi cenno umano sembra una gran cosa, una ben strana democrazia, un
milione di maschere di dio". È fantastico osservare la gente e scoprire
che in realtà, nel loro intimo, sono illuminati e sono quello, sono i volti
del divino. Ci guardano e dicono:
"Oh no, ma io non sono divino, sono un semplice e ordinario me stesso".
Noi torniamo a osservarli in quel modo curioso e scopriamo la natura Buddha,
che ci viene incontro dal loro sguardo mentre dicono che non lo e, e lo
dicono con assoluta sincerità. Ecco perché quando ci troviamo a faccia a
faccia con un grande guru, con un maestro zen, questi ci osserva con quel
suo strano sguardo. Gli diciamo: "Maestro, ho un problema. Sono veramente
confuso e non capisco". Lui ci scruta ancora in quel modo particolare, finché
pensiamo: "Povero me! Sta leggendo i miei pensieri più nascosti. Sta guardando
tutte le mie negatività, la mia codardia, tutti i miei difetti". Niente
di tutto ciò. Non è nemmeno interessato a quelle cose. Volendo usare una
terminologia Induista, sta osservando lo Shiva in noi e gli sta dicendo:
"Mio dio, Shiva, perché non vieni fuori?".
Il Bodhisattva, al contrario del pratieka-buddha, non si rifugia in un'estasi
permanente, non entra in una specie di samadhi catatonico. Non che io voglia
criticare tali condizioni: ci sono persone che possono farlo perché è la
loro vocazione, la loro specialità. Proprio come una cosa lunga è il corpo
lungo del Buddha e una cosa breve è il corpo breve del Buddha, se giungiamo
davvero a comprendere lo zen, ci rendiamo conto che l'idea buddhista di
illuminazione non è inclusa nella nozione di trascendente. Né d'altra parte
è inclusa nella nozione di ordinario, o in termini quali finito e infinito,
eterno o temporale: sono tutti concetti.
Non sto parlando di regolare la normale vita quotidiana secondo una prospettiva
metodica e ragionevole; non vi sto dicendo: "Se foste delle brave persone,
ecco come dovreste comportarvi". Per amor di dio, non cercate di essere
'brave persone'. Ma se non possedete quella struttura fondamentale basata
su un certo tipo di ordine e di disciplina, allora la forza della liberazione
fa esplodere il mondo: e una corrente troppo forte, che un semplice cavo
elettrico non può reggere.
Quindi diventa terribilmente importante andare oltre la prospettiva dell'estasi.
Sì, l'estasi è carne soffice e amabile, da abbracciare e baciare, e in ciò
non c'è niente di male. Tuttavia, oltre l'estasi ci sono le ossa, ciò che
chiamiamo la dura realtà dei fatti, ciò che ci accade nella vita quotidiana.
Non dovremmo dimenticarci di citare i fatti più piacevoli, e ce ne sono
molti. Ma la realtà nuda e cruda, il mondo percepito nella condizione ordinaria,
quotidiana, della nostra coscienza non è differente dal mondo dell'estasi
suprema. Supponiamo che, come spesso accade, la nostra concezione dell'estasi
sia riferita all'interiorità, al percepire una luce. C'è una poesia zen
che dice: "L'improvviso scoppio del tuono, le porte della mente che cedono
e si spalancano, e là siede un vecchio ordinario". C'è quest'improvvisa
visione, il satori, le porte della mente si aprono ed ecco che nel mezzo
della scena c'è un vecchio, una persona ordinaria. Il nostro piccolo sé.
Lampi, una cascata di scintille. Nel tempo di un batter di ciglia non siamo
stati in grado di vedere. Perché? Perché la luce è qui; la luce... Ogni
mistico del mondo ha visto la luce, quella brillante energia fiammeggiante
che è rinchiusa in ogni cosa, più brillante di migliaia di soli. Ora provate:
immaginate di percepirla, proprio come potreste vedere l'aura intorno ai
Buddha, proprio come se si trattasse della visione beatifica di Dante alla
fine del suo viaggio nel paradiso. Vivida, davvero vivida, una luce così
brillante che è come la chiara luce del vuoto nel Libro dei Morti tibetano;
qualcosa di così brillante da superare persino la luce stessa. La vedete
ritirarsi, e ai margini c'è come una grande stella, che diventa un bordo
di colore rosso, e poi arancione, giallo, verde, blu, indaco e viola; vedete
apparire quel grande mandala, come un grande sole. Oltre il viola c'è il
nero, un nero che ricorda l'ossidiana, non una tinta opaca, ma quasi trasparente,
come lacca. Ancora, dal nero scaturisce il suono, proprio come dallo yin
viene lo yang. Assieme alla luce bianca c'è un suono così formidabile che
non riuscite a sentirlo, così perforante da far saltare le orecchie. Quindi,
insieme ai colori il suono discende la scala degli intervalli armonici,
sempre più giù sino a raggiungere un profondo rimbombo, talmente vibrante
da diventare qualcosa di solido, e si comincia a percepirne l'analoga gamma
strutturale. Ora, per tutto questo tempo avete continuato a osservare una
specie di fenomeno radiante, che però dice:
Sai, non è tutto qui quello che so fare", al che i raggi prendono a muoversi,
a danzare, e in modo del tutto naturale anche il suono comincia a scuotersi,
a oscillare, così come capita. Poi le strutture iniziano a mutare, e dicono:
"Bene, sei stato qui a osservare questa cosa mentre continuavo a descriverla
fino al limite delle due dimensioni. Ora aggiungiamo una terza dimensione,
ti arriverà proprio ora". Nel frattempo, continua: "Non stiamo procedendo
solo così, muovendoci in questo modo, ora facciamo qualche piccolo ghirigoro,
e poi in circolo, così . E prosegue: Bene, non è che l'inizio, possiamo
andare dappertutto, fare angoli retti e giravolte", all'improvviso potete
vedere tutto sin nei minimi dettagli che diventano talmente intensi da poter
contenere molte piccole figure all'interno di quella che pensavate fosse
originariamente la figura principale. Il suono comincia a evolversi, raggiungendo
una sorprendente complessità, onnipervadente, e tutto questo fenomeno continua
ad andare avanti, avanti, avanti, finché pensate di stare per uscire di
testa, e all'improvviso diventa... Ma sì, siamo noi, seduti qui intorno.
Grazie, grazie di cuore.