Abbiamo già parlato di come scegliere e allestire un luogo adatto alla
meditazione, di come assumere una buona postura del corpo e di come generare
una buona motivazione. Adesso che ci avviciniamo alla pratica vera e propria
della meditazione vorrei dire qualcosa per spiegare cos’è.
Ogni essere umano ha dentro di sé le qualità della meditazione. La meditazione
non è un’azione che dobbiamo produrre dal niente ma è qualcosa che possediamo
già. Ciascuno di noi ha dentro di sé la facoltà della concentrazione e la
facoltà di investigare la realtà e questi sono i due elementi fondamentali
per un approccio alla meditazione. La meditazione è prima di tutto prendere
coscienza di tali facoltà e quindi svilupparle. Un altro approccio alla
meditazione è quello che ha a che fare con l’approdare alla propria mente,
una concentrazione sulla mente, ove è la mente stessa ad essere l’oggetto
di indagine. Quando parliamo di mente dobbiamo prima di tutto capire dove
essa sia collocabile e quale sia il suo ruolo nella nostra vita.
Queste due questioni devono essere prese in considerazione prima dell’approccio
alla meditazione. Quando parliamo di introspezione intendiamo il rapporto
con la nostra mente. Questa proviene da un tempo senza inizio e va verso
un tempo senza fine. ma ciò non vuol dire che rimane ferma: è un continuum
senza inizio e senza fine, come un fiume. Il fiume non è mai lo stesso ma,
pure, è sempre lì. Noi consideriamo il corpo come il nostro mondo individuale
e, se consideriamo l’Universo come il mondo globale, la mente può essere
vista come un fiume che attraversa questo mondo. Se guardiamo dentro di
noi la mente ci appare come un fiume che scorre in continuazione e non si
ferma mai e sulla superficie del quale si formano onde diverse a seconda
dei diversi eventi che le generano.
La meditazione è, prima di tutto, fare in modo di tranquillizzare il flusso
della mente: questa è la prima fase, definita “stabilizzante”. Il secondo
passo è la meditazione “analitica”. Essa diviene possibile quando, avendo
calmato il flusso dei pensieri e ottenuta così una mente chiara, abbiamo
la possibilità di guardarla direttamente e vedere ciò che la influenza,
identificare ciò che in effetti ci influenza in maniera positiva e cosa
in maniera negativa. Quindi, ci sono due aspetti della meditazione: il primo
è quello che si basa sul potere della concentrazione della mente, il secondo
è quello che si basa sul potere della saggezza.
Per la meditazione “stabilizzante” c’è una tecnica fondamentale. Dobbiamo
distinguerne due categorie: una che riguarda la meditazione formale, quella
che si fa mettendosi seduti nella postura; l’altra è la meditazione che
si applica alla vita quotidiana, una meditazione a tempo pieno che serve
a incrementare le qualità positive della nostra mente in rapporto al mondo
ordinario. Alcuni la chiamano “cibo per la mente”, non so … forse è giusto
definirla così.
E’ bene cominciare con la meditazione formale piuttosto che con quella a
tempo pieno. Ci sediamo nella giusta posizione, con la giusta postura e
generiamo una giusta motivazione. Questi due elementi, postura e motivazione,
non dovrebbero essere attuati in modo frettoloso ma con consapevolezza e
avendo bene in mente quali sono i significati relativi sia alla postura
del corpo che alla generazione della motivazione. Nella tradizione tibetana
ci sono nove stadi che servono a purificare i cosiddetti venti negativi:
però è una faccenda un po’ complicata e non indispensabile!
La prima cosa da fare quando ci si siede nella postura di meditazione è
riflettere su quelli che sono i nostri problemi, le nostre difficoltà legate
al mondo ordinario, al Samsara. Ciò è utile perché spesso abbiamo così tanta
paura dei nostri problemi che evitiamo di pensarci e, quando essi ci cadono
addosso, ci procurano difficoltà ancora maggiori. Quindi è meglio pensare
ai nostri problemi, rifletterci, metterci in relazione con essi. Mi riferisco
ai problemi legati al mondo ordinario come: il lavoro, la famiglia … la
vita quotidiana insomma.
E’ importante entrare in contatto con questi problemi, riflettere su di
essi esattamente come faremmo con problemi più complessi. Bisognerebbe innanzitutto
chiedersi dove sono situati questi problemi: è difficile trovare dove essi
sono situati però li sentiamo comunque in modo molto presente, molto invadenti.
Da un lato questi problemi sono molto evidenti, molto presenti nella nostra
vita, ma dall’altro è molto facile sbarazzarsene. Ci sono due diversi modi
di guardare ai problemi. Un primo approccio è quello di guardarli senza
un minimo di investigazione e, così facendo, ci appaiono subito impossibili
da risolvere.
Il secondo approccio è quello di guardarli con attenzione, con concentrazione
scoprendo all’improvviso che questi problemi non ci sono più, sono spariti.
La vacuità è questo, non altro. Per comprendere la vacuità bisogna investigare,
guardare molto attentamente. Bisogna guardare entrambi gli aspetti menzionati:
da una parte sembra che il problema sia tanto grande da essere irrisolvibile
e dall’altra lo stesso non esiste affatto. Sono come i due lati di una stessa
medaglia: da un lato il problema, dall’altro il non-problema.
Il Buddha, nel Sutra del Cuore, dice che non esiste occhio, non esiste orecchio,
non esiste essere umano: questo vuol dire guardare la faccenda da un punto
di vista assoluto; sotto un altro aspetto però esistono occhio, orecchio,
essere umano. Dobbiamo accertare entrambe queste realtà. E dobbiamo vivere
proprio in mezzo, sulla linea discrimina questi due aspetti, la linea del
“nessun problema”.